Israele: il popolo chiede le dimissioni di Netanyahu

Pubblicato il 15 luglio 2020 alle 11:08 in Israele Medio Oriente

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Migliaia di cittadini israeliani si sono riversati nelle strade di Gerusalemme, fino alla tarda serata del 14 luglio, in segno di protesta contro il primo ministro, Benjamin Netanyahu, chiedendone le dimissioni.

Il premier, tuttora coinvolto in un triplice processo con accuse di frode, corruzione e abuso d’ufficio, è a capo di un governo di unità nazionale, coadiuvato dal suo vice, nonché ex-rivale, Benny Gantz. I due leader hanno ottenuto la fiducia della Knesset, il Parlamento israeliano, il 17 maggio e, secondo i piani previsti, si alterneranno alla guida del nuovo esecutivo ogni 18 mesi. I manifestanti, radunatisi nei pressi dell’abitazione di Netanyahu il 14 luglio, da un lato, hanno criticato le politiche adottate dal governo nella gestione del coronavirus, mentre, dall’altro lato, si sono opposti ad un premier corrotto. “La corruzione di Netanyahu ci fa star male” è stato uno degli slogan, mentre uno dei manifestanti ha affermato: “Il virus più letale non è il Covid-19, ma la corruzione”.

L’incriminazione contro Netanyahu è giunta il 21 novembre 2019, ma, come stabilito dalla legge, il premier non sarà costretto a dimettersi fino a quando non sarà ufficialmente emessa una sentenza contro di lui. La data della prossima udienza è stata stabilita per il 19 luglio. Si tratta del primo caso nella storia di Israele in cui un primo ministro è accusato di reati penali e la decisione finale del tribunale potrebbe porre fine alla carriera di Netanyahu, il cui governo è considerato il più longevo del Paese. Il premier, dal canto suo, ha sempre negato le accuse rivoltegli, parlando talvolta di una “caccia alle streghe” messa in atto dai suoi oppositori.

Nel frattempo, Israele ha registrato in totale, al 15 luglio, 42.360 contagi da Covid-19, mentre i decessi ammontano a 371. Sebbene in un primo momento il Paese sembrava aver gestito la pandemia in modo adeguato, dopo la rimozione parziale di alcune misure e restrizioni alla fine di maggio, il governo si è trovato a chiudere nuovamente bar, centri sportivi e discoteche, visto il nuovo aumento di contagi giornaliero. Parallelamente, anche l’economia israeliana ha subito le conseguenze della pandemia, con un tasso di disoccupazione aumentato dal 3.4% di febbraio al 27% di aprile, sebbene a maggio sia stato registrato un lieve calo, raggiungendo il 23.5%.

Per quanto riguarda Netanyahu, i casi in cui egli è coinvolto sono tre. Il primo è noto come “Caso 1000”, dove il premier è accusato di abuso d’ufficio. In particolare, Netanyahu avrebbe ricevuto, tra il 2007 ed il 2016, da miliardari oltreoceano, regali dal valore di circa 240.000 dollari, comprendenti sigari, champagne, gioielli e altro. In cambio, vi sarebbero state agevolazioni fiscali per gli imprenditori mittenti dei regali.

Il “Caso 2000” vede il premier impegnato in presunte negoziazioni con Arnon “Noni” Mozes, il proprietario di uno dei maggiori quotidiani israeliani, Yedioth Ahronoth, volte ad ottenere maggiore copertura mediatica in cambio di una circolazione limitata del quotidiano gratuito rivale, Israel Hayom. Quest’ultimo è di proprietà di un donatore di destra, Sheldon Adelson, considerato un portavoce del premier.

Infine, il caso considerato più rilevante è il “Caso 4000”, riguardante la relazione tra Netanyahu e l’azienda di telecomunicazioni Bezeq. Il premier avrebbe offerto regolarmente benefici dal valore di circa 280.000 milioni di dollari, in cambio della pubblicazione di notizie a proprio favore su Walla News!, un quotidiano online. Inoltre, al centro delle indagini relative a tale caso vi è anche la fusione tra Bezeq e il gruppo televisivo YES, del 2015, quando Netanyahu era al Ministero delle Comunicazioni. I procuratori accusano il premier di essersi fatto corrompere per modificare la legislazione a favore di Bezeq, consentendo a quest’ultima di guadagnare ingenti somme.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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