Bahrein: il Regno dove vige la pena di morte

Pubblicato il 14 luglio 2020 alle 14:13 in Bahrein Medio Oriente

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La Corte Suprema del Bahrein ha condannato a morte due uomini accusati di essere i responsabili di un attentato in cui, il 14 febbraio 2014, rimase ucciso un poliziotto.

I due imputati sono Mohamed Ramadhan Issa Ali Hussain, impiegato di un albergo, e Hussain Ali Moosa Hasan Mohamed, un addetto alla sicurezza presso l’aeroporto internazionale del Bahrein, arrestati e condannati per la prima volta già nel dicembre 2014, a seguito dell’attentato perpetrato in un villaggio nel Nord-Est della capitale Manama. Nel corso degli anni, altre dieci persone sono state processate e condannate con pene detentive, mentre Mohamed e Hussain hanno fatto ricorso ad ogni via legale disponibile per evitare la condanna a morte.

Tuttavia, la decisione della Corte suprema, annunciata il 13 luglio dal procuratore generale, sembra essere irreversibile e l’esecuzione potrebbe avvenire da un giorno all’altro. Il procuratore generale, Haroun al-Zayani, capo dell’ufficio tecnico del Pubblico ministero, ha dichiarato che i detenuti hanno deliberatamente ucciso il poliziotto. Questi, a detta di al-Zayani, avevano precedentemente preparato, a tale scopo, un dispositivo esplosivo, che ha provocato la morte del poliziotto Abdel Wahid Sayed Mohamed e il ferimento di alcuni suoi colleghi.

Sono diversi i gruppi di attivisti e le organizzazioni in difesa dei diritti umani che hanno spesso evidenziato come le confessioni dei due imputati siano il frutto di torture da parte delle autorità bahreinite nel corso degli interrogatori, tra cui pestaggi e scariche elettriche. Anche l’organizzazione Amnesty International ha affermato che i due condannati sono stati torturati, ma le autorità del Bahrein hanno respinto tali accuse, affermando che il caso ha soddisfatto tutti i requisiti stabiliti dalla legge e che il verdetto preliminare è stato seguito da un secondo processo che ha preso in esame altresì le accuse di maltrattamento.

In tale quadro, una Unità di Indagini Speciale (SIU), parte dell’ufficio del Pubblico ministero, aveva precedentemente scoperto un rapporto medico non divulgato, in cui era rivelato che Moosa aveva ferite che confermavano le torture denunciate. Citando i risultati del medico sulle lesioni ai polsi di Moosa, la SIU aveva concluso che vi erano prove di tortura. Tuttavia, ciò non ha fatto cambiare idea alla Corte Suprema.

La condanna del 13 luglio alimenta ulteriormente le denunce presentate dalle organizzazioni per i diritti umani contro il Regno, relative altresì alle condizioni e alle pratiche subite dai prigionieri. Secondo l’organizzazione non governativa statunitense Freedom House, il Bahrein rappresenta uno degli Stati più repressivi del Medio Oriente, in cui torture, esecuzioni illegali e abusi dei diritti umani vengono spesso praticati ma non denunciati. “Il verdetto di oggi è l’ennesima macchia nella lotta per i diritti umani in Bahrein” ha affermato, il 13 luglio, il direttore del Bahrain Institute for Rights and Democracy, Sayed Ahmed Alwadaei, secondo cui tale “ingiustizia” non sarebbe potuta avvenire senza la tacita accettazione degli alleati occidentali del Bahrain, tra cui Stati Uniti e Regno Unito.

È stata altresì l’organizzazione Human Rights Watch (HRW) ad affermare come, sin dal 2010, siano numerosi gli attivisti dell’opposizione arrestati e sottoposti a torture, dopo essersi ribellati alla monarchia. È stato dichiarato che le autorità hanno dimostrato una politica di tolleranza zero per qualsiasi pensiero politico libero e indipendente e hanno imprigionato, esiliato o intimidito chiunque criticasse il governo. Nel mese di ottobre 2019, HRW ha altresì denunciato la mancanza di cure mediche o di assistenza alle persone più anziane. Si tratta di un fenomeno segnalato anche all’interno delle carceri femminili.

Moosa e Ramadan sono musulmani sciiti che hanno partecipato alle proteste pro-democrazia che hanno travolto il Regno nel 2011, nella cornice delle rivolte della cosiddetta Primavera araba. Il Bahrein, confinante con l’Arabia Saudita e situato di fronte all’Iran, è stato turbato da disordini interni sin dal mese di febbraio 2011, quando i manifestanti hanno occupato la capitale Manama, chiedendo più democrazia e la fine della discriminazione contro la maggioranza musulmana sciita, da parte della famiglia reale sunnita. In tale scenario, l’Arabia Saudita e altri Paesi della Penisola inviarono truppe a sostegno della monarchia. L’Iran, Paese a maggioranza sciita, chiese il ritiro delle truppe ma ciò che ottenne fu l’espulsione dell’incaricato d’affari iraniano a Manama, con l’accusa di aver avuto contatti con i gruppi d’opposizione. Ancora oggi le tensioni nel Paese continuano e il Bahrein accusa l’Iran di essere coinvolto e di influire in tali turbolenze.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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