Libia e petrolio: gli USA in allarme

Pubblicato il 13 luglio 2020 alle 17:04 in Libia USA e Canada

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Khaled Al-Mishri ha parlato di petrolio nel suo primo discorso dopo essere stato rieletto come presidente del Consiglio Superiore di Stato (HCS) di Tripoli. Intanto, l’ambasciata USA in Libia sottolinea il problema dell’interferenza straniera per la ripresa della produzione petrolifera

Khalid Al-Mishri è stato eletto per un terzo mandato consecutivo come Capo dell’Alto Consiglio di Stato (HCS) libico, il 12 luglio, battendo altri 4 contendenti con 73 voti su 132. I suoi avversari  erano Mohammed Abu Sanina (36 voti) Naji Mukhtar (14 voti) Naima Al-Hami (2 voti) e Sulaiman Zubi (1 voto). Il 13 luglio, il quotidiano The Libya Observer ha riferito che il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha chiamato Al-Mishri per congratularsi della rielezione e per discutere degli sviluppi della situazione politica in Libia. I due leader hanno poi affrontato il tema dei possibili metodi per risolvere la crisi politica, economica e sociale al fine di portare il Paese alla stabilità. 

Il Consiglio di Stato è l’organo legislativo della Libia occidentale, che ha come capitale Tripoli. Questo nasce dall’Accordo Politico Libico del 17 dicembre 2015, noto anche come accordo di Skhirat, voluto dalle Nazioni Unite per mettere fine agli scontri interni tra le principali fazioni in campo durante la guerra civile, iniziata il 15 febbraio 2011. Il Consiglio di Stato collabora con il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, che è formalmente appoggiato da Italia, Qatar e Turchia. L’esecutivo tripolino si oppone al governo di Tobruk che, invece, è guidato da Aguila Saleh e, a livello internazionale, è sostenuto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia, Giordania e Francia.

Parlando dopo la votazione, Al-Mishri ha ribadito che l’HCS rifiuta le condizioni proposte dal generale di Tobruk, Khalifa Haftar, per avviare nuovamente la produzione di petrolio e ricominciare ad esportare greggio. A tale proposito, il portavoce dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Ahmed al-Mismari, l’11 luglio, aveva affermato che le forze di Tobruk continueranno a mantenere il blocco sulle esportazioni di petrolio dalla Libia. In tale contesto, il carico inviato dalla National Oil Corporation (NOC) il 10 luglio era stato solamente un’eccezione, che aveva però aumentato le tensioni con il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli. 

Per le forze di Haftar, sono tre le condizioni necessarie per avviare nuovamente l’attività petrolifera del Paese. La prima prevede l’apertura di un conto bancario fuori dai confini libici, dove depositare i proventi del petrolio, che dovrebbero poi essere distribuiti in modo equo tra la popolazione della Libia, sotto la supervisione della comunità internazionale. In secondo luogo, per il governo di Tobruk è necessario istituire un meccanismo di spesa trasparente e garantito a livello internazionale. Infine, è richiesta una revisione dei conti della Banca Centrale libica per dimostrare come e dove sono stati spesi i proventi dell’attività petrolifera negli anni passati. 

Sempre per quanto riguarda il settore petrolifero, il 12 luglio, sono intervenuti anche gli Stati Uniti. L’ambasciata degli USA in Libia ha reso noto che Washington si rammarica che le interferenze straniere abbiano impedito i progressi volti a consentire alla National Oil Corporation (NOC) libica di riprendere il proprio lavoro. L’ambasciata ha aggiunto che la stabilità è minata, prima di tutto, dalle incursioni dei mercenari del gruppo russo Wagner contro le strutture del NOC e poi anche dai messaggi trasmessi dalle forze di Haftar, l’11 luglio. Tali discorsi sarebbero stati elaborati in Paesi stranieri, secondo i rappresentanti degli USA.

Le attività “deludenti” portate avanti da alcuni elementi non dissuaderanno l’ambasciata statunitense dal suo impegno a lavorare con le istituzioni libiche responsabili, come il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli e la Camera dei Rappresentanti (HOR), per proteggere la sovranità della Libia. Secondo gli USA, la situazione può migliorare solo tramite l’imposizione di un cessate il fuoco duraturo e una gestione trasparente delle entrate derivate dal petrolio e dal gas. L’ambasciata USA ha anche ribadito che “la porta rimane aperta” per tutti coloro che deporranno armi, rifiuteranno la manipolazione straniera e si riuniranno in un dialogo pacifico. Tuttavia, coloro che mineranno l’economia della Libia, portando avanti l’escalation militare, rischierà l’isolamento sull’arena internazionale e possibili sanzioni. 

Al momento, dal punto di vista militare, il centro delle tensioni libiche è rappresentato dalla città di Sirte, attualmente sotto il controllo dell’esercito di Haftar. Da un lato, c’è il GNA, appoggiato dalla Turchia, che si è detto determinato a riconquistare Sirte e la base area di Al-Jufra. Dall’altro ci sono l’Egitto e la Russia, che hanno indicato tali luoghi come una “linea rossa” da non superare. In particolare, il 24 giugno, Aguila Saleh, il capo del Parlamento di Tobruk, ha dichiarato che invocherà l’intervento militare egiziano nel caso in cui Sirte, venisse attaccata, come già annunciato dal presidente dell’Egitto stesso, Abdel Fattah Al-Sisi, il 20 giugno scorso.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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