L’Iraq e la perdurante lotta contro le minacce interne ed esterne

Pubblicato il 13 luglio 2020 alle 11:30 in Iran Iraq

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L’esercito iracheno ha riferito di aver raggiunto nuovi risultati nelle operazioni volte a contrastare lo Stato Islamico e le milizie filo-iraniane. Nel frattempo, le cosiddette Brigate di Hezbollah, appoggiate da Teheran, hanno rivolto minacce contro Washington. Parallelamente, non mancano le tensioni a livello governativo e parlamentare.

Per il secondo giorno consecutivo, il 12 luglio, l’esercito iracheno ha riferito di aver continuato l’operazione “Eroi dell’Iraq” nel governatorato orientale di Diyala, nei pressi del confine con l’Iran. Questa è stata svolta in collaborazione con le forze di sicurezza e le forze aeree irachene e con il supporto della coalizione internazionale anti-ISIS a guida statunitense. La nuova fase dell’operazione era stata avviata il giorno precedente, l’11 luglio, con la supervisione del primo ministro Mustafa al-Kadhimi. Quest’ultimo, nella sera dello stesso giorno, ha poi affermato che l’operazione aveva portato alla liberazione di vaste aree e di alcune vie d’accesso al confine con l’Iran, il cui controllo è stato affidato a forze “d’élite” speciali in modo permanente. Non da ultimo, il comando della polizia federale, ha annunciato, nella sera dell’11 luglio, che il nuovo round di “Eroi dell’Iraq” ha portato alla “purificazione” di circa 77 villaggi, sebbene abbia causato 10 morti e feriti tra le forze irachene e le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF).

Sono più di 14 le operazioni condotte negli ultimi mesi da parte delle forze irachene. Tra gli ultimi risultati raggiunti, il 20 maggio, i servizi di intelligence iracheni hanno riferito di aver arrestato uno dei maggiori leader dello Stato Islamico, Abdulnasser al-Qirdash, candidato alla successione della precedente guida, al-Baghdadi. Successivamente, il 26 maggio, le autorità irachene hanno dichiarato l’uccisione di Moataz Najim al-Jubouri, il cosiddetto “governatore dell’Iraq” per l’ISIS ed il terzo leader principale dell’organizzazione, a seguito di un’operazione condotta dalla coalizione internazionale anti-ISIS nella regione siriana di Deir ez-Zor.

In tale quadro, il 25 giugno, le forze irachene congiunte, provenienti sia dall’intelligence sia dalla squadra anti-terrorismo, sono state altresì impegnate in un’operazione nel Sud di Baghdad, che ha portato all’arresto di 13 membri di gruppi armati filo-iraniani, tra cui Kataib Hezbollah, ovvero le “Brigate di Hezbollah”, e i “Soldati di Soleimani”, con riferimento al generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, ucciso il 3 gennaio 2020 a seguito di un raid aereo ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Le Brigate di Hezbollah, braccio armato delle PMF, sono un gruppo paramilitare sciita iracheno, sostenuto dall’Iran ed attivo nelle guerre civili in Iraq e Siria. Queste sono ritenute responsabili degli attacchi contro strutture e basi statunitensi in Iraq, che, dal mese di ottobre 2019, ammontano a più di 30. In tale quadro, il 12 luglio, tali milizie hanno lanciato nuove minacce contro le forze statunitensi stanziate in Iraq, definite “assassini”, e mettendole in guardia da un’azione militare su vasta scala. Tale decisione è “irreversibile”, secondo quanto affermato dal portavoce militare delle Brigate, Abu Ali Al-Askari, il quale ha altresì dichiarato che è necessario continuare con la resistenza a più livelli, da quello popolare, a quello politico e mediatico. Il fine è far sì che le forze USA si “sottomettano” alla volontà della popolazione irachena.

Circa la presenza di Washington in Iraq, tra circa 70 fazioni militari, 20, perlopiù filo-iraniane, si sono dette a favore di una escalation militare volta a cacciar via le forze statunitensi dal Paese. In tale quadro, un deputato parlamentare della coalizione Al-Fatah, Amer Al-Fayez, ha invitato il governo di Al-Kadhimi a chiarire la sua posizione riguardo a quelle che ha definito “palesi violazioni della sovranità irachena” da parte degli USA. Inoltre, l’esecutivo di Baghdad è stato criticato per il proprio silenzio a seguito dei test condotti da Washington, all’interno della propria ambasciata a Baghdad, sui sistemi di missili Patriot, dispiegati in Iraq già nel mese di marzo scorso.

Nel frattempo, alcune fonti hanno rivelato al quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed che vi sono gruppi politici filo-iraniani che starebbero provando a creare un fronte di opposizione alla squadra di al-Kadhimi, facendo leva su alcune questioni, tra cui l’ingerenza di Washington. Tra i principali rappresentanti di tale opposizione vi sarebbe proprio l’alleanza al-Fatah, guidata da Hadi al-Amiri, la quale è stata posta al controllo delle attività della squadra governativa con il fine di preservare gli interessi della popolazione irachena.

Dal canto suo, dall’11 giugno, al-Kadhimi è stato promotore di un “dialogo strategico” con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di definire il ruolo statunitense nei territori iracheni e discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra i due Paesi, così da creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad, e rafforzare i legami sulla base di interessi reciproci. Al termine del primo round di colloqui, Baghdad si è detta disposta a salvaguardare le forze statunitensi che continuano e continueranno a sostare in Iraq e le loro basi e strutture. Dall’altro lato, gli USA hanno riferito che continueranno a ridurre il numero di soldati dalle basi irachene.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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