I Paesi favorevoli e quelli contrari alla legge per la sicurezza della Cina a Hong Kong

Pubblicato il 12 luglio 2020 alle 6:13 in Cina Hong Kong

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In occasione di un incontro del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, 53 paesi hanno appoggiato la nuova legge sulla sicurezza nazionale di Pechino per Hong Kong e 27 la hanno criticata. Quali sono i due schieramenti. 

Durante la 44a sessione del Consiglio, le Nazioni Unite hanno discusso la nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta dalla Cina a Hong Kong. Durante l’incontro avvenuto il primo luglio, sono state lette due dichiarazioni che mostrano atteggiamenti totalmente opposti rispetto alla questione. Da una parte, Cuba ha rappresentato un gruppo di 53 Paesi che sostengono la nuova legge cinese. Dall’altra, la Gran Bretagna ha parlato a nome di 27 governi che sono invece critici.

Pechino ha emanato la nuova misura il 30 giugno, dopo che questa è stata redatta e approvata senza il contributo del governo di Hong Kong. La legge, all’articolo 66, prevede la salvaguardia della sicurezza nazionale tramite azioni atte a “prevenire, reprimere e sanzionare” i comportamenti ritenuti secessionisti, sovversivi, di natura terroristica o di collusione con Paesi stranieri o “elementi esterni”. La legge espande significativamente la capacità di Pechino di indagare e perseguire sospetti criminali nella città di Hong Kong. Il primo giorno della sua attuazione, che è caduto anche nell’anniversario del “ritorno” dell’ex colonia britannica alla sovranità della Cina, 10 persone, su un totale di 370 individui arrestati, sono state incriminate sulla base della nuova norma.

La dichiarazione a sostegno di Pechino ha sottolineato il diritto di ogni Paese ad emanare una norma per salvaguardare la propria sicurezza nazionale e ha sottolineato che la nuova legge cinese è conforme al principio “un Paese, due sistemi” che regola i rapporti della Cina con Hong Kong e con altri territori semi-autonomi. I 53 Stati hanno anche aggiunto che la decisione di Pechino andrà a beneficio della prosperità dell’ex colonia britannica e della sua pace. Similmente, la governatrice di Hong Kong, appoggiata dalla Cina, ha dichiarato che l’attuazione della norma è necessaria a ripristinare la stabilità. I Paesi che hanno sottoscritto questa posizione sono: Cina, Antigua e Barbuda, Bahrein, Bielorussia, Burundi, Cambogia, Camerun, Repubblica Centrafricana, Comore, Congo-Brazzaville, Cuba, Gibuti, Dominica, Egitto, Guinea equatoriale, Eritrea, Gabon, Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Iran, Iraq, Kuwait, Laos, Libano, Lesotho, Mauritania, Marocco, Mozambico, Myanmar, Nepal, Nicaragua, Niger, Corea del Nord, Oman, Pakistan, Palestina, Papua Nuova Guinea , Arabia Saudita, Sierra Leone, Somalia, Sudan del Sud, Sri Lanka, Sudan, Suriname, Siria, Tagikistan, Togo, Emirati Arabi Uniti, Venezuela, Yemen, Zambia e Zimbabwe.

Dall’altra parte, i critici hanno sollecitato il governo cinese e quello di Hong Kong a riconsiderare l’imposizione di questa legge e ad impegnarsi per prevenire l’ulteriore erosione dei diritti e delle libertà di cui la popolazione di Hong Kong ha goduto per molti anni. I firmatari di questa dichiarazione includevano Australia, Austria, Belgio, Belize, Canada, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Germania, Giappone, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Isole Marshall, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Palau, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Svizzera e Regno Unito. In tale contesto, Belize, Isole Marshall e Palau sono Stati che mantengono relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan, un altro territorio semi-autonomo che si considera minacciato dall’ingerenza cinese. 

Gli Stati Uniti non hanno firmato la dichiarazione dei 27 Paesi, poiché si sono ritirati dal Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani due anni fa. Tuttavia, Washington ha chiarito la propria contrarietà in altri modi. Oltre alla condanna da parte di numerosi personaggi pubblici degli Stati Uniti, il Senato e la Camera dei Rappresentanti hanno approvato all’unanimità un disegno di legge per imporre sanzioni obbligatorie ai funzionari cinesi e alle unità di polizia che reprimono i manifestanti. La misura attende la firma del presidente degli USA, Donald Trump, per entrare in vigore. A tale proposito, il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha annunciato restrizioni sui visti per i funzionari cinesi responsabili di violare l’autonomia di Hong Kong. Separatamente, Taiwan ha aperto un ufficio per elaborare le domande di trasferimento dei cittadini di Hong Kong in cerca di lavoro, studio o asilo politico sull’isola, una mossa che probabilmente rafforzerà ulteriormente le tensioni nello Stretto. Anche la Gran Bretagna e l’Australia hanno annunciato misure di questo tipo. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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