Mali: Keita scioglie la Corte costituzionale ma le proteste continuano

Pubblicato il 12 luglio 2020 alle 18:17 in Africa Mali

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L’opposizione con a capo il cosiddetto “Movimento del 5 giugno” ha rifiutato l’ultima mossa del presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keita, per cercare di calmare le violente proteste civili in corso, e ha chiesto le sue dimissioni, il 12 luglio.

Il giorno precedente, Keita ha annunciato lo scioglimento della Corte costituzionale del Paese, che assegna i risultati delle elezioni, e ha sospeso le licenze di tutti i membri dell’istituzione così che nuovi giudici possano essere nominati già dalla prossima settimana. Keita ha anche dichiarato che implementerà le raccomandazioni fatte dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale per risolvere la crisi legata alle proteste, tra le quali figura la ripetizione di alcune delle elezioni contese dello scorso marzo.

Il 10 luglio, le proteste hanno preso una piega violenta con migliaia di persone scese in strada e l’occupazione di più edifici pubblici, tra cui il Parlamento e la TV di Stato, per poi proseguire anche nella giornata successiva, sebbene in modo più tranquillo e interessando soprattutto la capitale, Bamako. Stando alle autorità, nei due giorni di proteste, sono morte 4 persone e 6 membri del “Movimento del 5 giugno” sono stati arrestati. Stando ai suoi membri, anche l’ufficio dell’organizzazione d’opposizione sarebbe stato attaccato e messo a soqquadro dalle forze governative che avrebbero altresì ucciso almeno 9 dei propri membri. Lo scorso 5 luglio, Keita aveva avuto un incontro con il leader del gruppo d’opposizione Mahmoud Dicko, imam e figura di spicco del movimento ma tale tentativo di dialogo non ha portato risultati.

Il “Movimento del 5 giugno”, formato da leader religiosi, politici e da personaggi della società civile, sta guidando le proteste contro il governo del presidente 75enne Keita, in carica dal 2013. L’opposizione chiede lo scioglimento del Parlamento e la formazione di un governo di transizione in grado di soddisfare i bisogni della popolazione. Le proteste lamentano principalmente la lentezza delle riforme politiche, un’economia in crisi, la mancanza di finanziamenti per i servizi pubblici e la percezione, ampiamente condivisa, di una corruzione dilagante. Altro problema è poi rappresentato da una crescente insicurezza, dovuta agli attacchi crescenti dei gruppi armati e alle numerose violenze interetniche.

Le proteste che hanno dato voce a tali problematiche in Mali sono iniziate dallo scorso 5 giugno, dopo che i risultati delle elezioni parlamentari hanno assegnato la vittoria al partito legato al presidente, ovvero il Raggruppamento per il Mali (Rpm). Si è trattato dei risultati del secondo turno elettorale tenutosi il 19 aprile, in cui è stata registrata una delle affluenze più basse nella storia del Mali, pari a circa il 35%, anche a causa della pandemia di coronavirus. Le elezioni del 19 aprile avevano fatto seguito ad un primo turno di votazioni, rinviato da tempo, del precedente 29 marzo. Si è trattato della prima volta dal 2013 che i cittadini del Mali hanno potuto votare i nuovi parlamentari all’interno dell’Assemblea nazionale.

Sia nella tornata di aprile sia in quella di marzo si sono verificati numerosi problemi di sicurezza, con rapimenti, saccheggi e aggressioni indiscriminate contro i cittadini che sono andati a votare, soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro. Nonostante l’impiego di circa 1.600 osservatori indipendenti, ci sono state anche minacce di morte e vari saccheggi dei seggi elettorali.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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