Libia: Haftar blocca il petrolio e la Turchia torna a minacciare Sirte

Pubblicato il 12 luglio 2020 alle 12:37 in Libia Turchia

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Il portavoce dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Ahmed al-Mismari, ha affermato l’11 luglio che le forze di Tobruk manterranno il blocco sulle esportazioni di petrolio dalla Libia e che il carico inviato dalla National Oil Corporation (NOC) il giorno prima è stato solamente un’eccezione, aumentando così le tensioni con il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli. Il giorno dopo, il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, ha dichiarato che il GNA è determinato a portare avanti il proprio attacco contro le forze del LNA, a meno che queste non si ritirino dalla città di Sirte e dalla base aerea di al-Jufra, rendendo possibile un cessate il fuoco. Cavusoglu ha poi aggiunto che la Turchia, alleata del GNA, potrebbe sostenere militarmente l’eventuale offensiva di Tripoli contro le forze del LNA, guidate dal genrale Khalifa Haftar.

L’11 luglio, Al-Mismari ha dichiarato che  i porti e i pozzi petroliferi resteranno chiusi fin quando non sarà stabilito un meccanismo che impedisca ai proventi che ne derivano di finire nelle tasche di “milizie e mercenari”, alludendo al suo rivale, il GNA, con a capo il presidente e premier Fayez Al-Sarraj, e alla Turchia. Per le forze di Haftar, sono tre le condizioni necessarie in base a cui sono disposte a far riprendere l’attività petrolifera del Paese e in assenza delle quali ciò non sarà invece possibile.

Innanzitutto, Al-Mismari ha richiesto la creazione di un nuovo conto bancario fuori dai confini libici dove saranno depositati i proventi del petrolio, i quali saranno poi distribuiti in modo equo tra la popolazione della Libia, sotto la garanzia della comunità internazionale. In secondo luogo, per il governo di Tobruk è necessario istituire un meccanismo di spesa trasparente e garantito a livello internazionale, in grado di assicurare che le risorse a disposizione non vengano spese per finanziare, ad esempio, il terrorismo. Infine, la fazione guidata da Haftar ha richiesto che i conti della Banca Centrale libica siano revisionati per dimostrare come e dove sono stati spesi i proventi dell’attività petrolifera negli anni passati. Nel caso in cui venissero riscontrati casi di appropriazione indebita e sperpero delle risorse, sarà altresì necessario individuare i responsabili di tali azioni.

La Libia è il Paese che dispone delle maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano e il settore rappresenta la base della sua economia. Al momento, mentre il governo di Tobruk ha il controllo sulla cosiddetta mezzaluna del petrolio nell’Est e nel Sud del Paese, ossia sui pozzi petroliferi del Paese operati dalla NOC, il governo di Tripoli lo ha sulla Banca Centrale che gestisce i proventi del settore. Per danneggiare il GNA, il 18 gennaio scorso, il governo di Tobruk aveva deciso di ridurre drasticamente la produzione petrolifera del Paese, che allora si attestava a 1,2 milioni di barili al giorno, ad appena 72.000. Secondo la NOC, tale mossa avrebbe finora causato sia perdite per oltre 6,5 miliardi di dollari, sia il danneggiamento per inattività degli impianti del Paese.

Il 10 luglio, la stessa NOC aveva comunicato la ripresa delle esportazioni petrolifere dalla Libia e aveva delineato un piano di ripresa delle operazioni su piccola scala, con l’obiettivo di raggiungere l’esportazione di 650.000 barili al giorno, entro il 2022. La NOC aveva quindi revocato lo stato di forza maggiore in tutte le esportazioni petrolifere, promettendo di adempiere agli impegni presi con tutti i contratti ancora in atto e, nella stessa giornata erano partiti dal porto di Sidra, dove ha sede il maggior deposito petrolifero del Paese, 730.000 barili diretti in Italia. La notizia era stata accolta con favore primo fra tutti dal Ministero degli Esteri italiano e poi anche dagli USA e dal Regno Unito.

La Libia è teatro di una lunga guerra civile iniziata il 15 febbraio 2011 a cui ha fatto seguito, nell’ottobre dello stesso anno, la caduta del regime dittatoriale di Muammar Gheddafi. Da tale evento in poi, il Paese non è mai riuscito a realizzare una transizione democratica e al momento vede il fronteggiarsi dei governi di Tripoli e Tobruk.

Il GNA di Al-Sarraj è il governo ufficialmente riconosciuto dall’Onu in Libia, è nato il 17 dicembre 2015 con gli accordi di Skhirat, firmati in Marocco e poi scaduti il 17 dicembre 2017 ed è stato formalmente appoggiato da Italia, Qatar e Turchia. Il governo di Tobruk, invece, è guidato da Aguila Saleh, appoggia le forze del LNA e, a livello internazionale, è sostenuto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia, Giordania e Francia.

Al momento, dal punto di vista militare, il centro delle tensioni libiche è rappresentato dalla città di Sirte, attualmente sotto il controllo dell’esercito di Haftar. Da un lato, il GNA, appoggiato dalla forza militare turca, si è detto determinato a riconquistare Sirte e la base area di Al-Jufra, dall’altro l’Egitto e la Russia hanno indicato tali luoghi come una “linea rossa” da non superare. In particolare, il 24 giugno, Aguila Saleh, il capo del Parlamento di Tobruk, ha dichiarato che invocherà l’intervento militare egiziano nel caso in cui Sirte, venisse attaccata, come già annunciato dal presidente dell’Egitto stesso, Abdel Fattah Al-Sisi, il 20 giugno scorso.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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