Libia: riprendono le esportazioni petrolifere

Pubblicato il 11 luglio 2020 alle 19:53 in Africa Libia

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L’ambasciata del Regno Unito a Tripoli ha accolto con favore, l’11 luglio, l’annuncio del giorno precedente della National Oil Company (NOC) della Libia, con il quale è stato comunicato il ripristino delle esportazioni di greggio, ponendo fine ad un blocco imposto dall’Esercito Nazionale Libico (LNA) del governo di Tobruk, stabilito lo scorso 18 gennaio. Le operazioni riprenderanno su piccola scala, in quanto sono necessari lavori di riparazione da miliardi di dollari negli impianti fermi da mesi, e inizieranno con l’obiettivo di raggiungere l’esportazione di 650.000 barili al giorno, entro il 2022.

Oltre a Londra, più attori internazionali hanno accolto la notizia, primo fra tutti il Ministero degli Esteri italiano, il quale ha dichiarato che l’interruzione delle esportazioni aveva provocato enormi danni alle risorse economiche libiche, aggravando le condizioni umanitarie in cui vive la popolazione. La Farnesina ha affermato che l’importante passo compiuto il 10 luglio è altresì una condizione necessaria ed essenziale per il processo di stabilizzazione del Paese nordafricano. L’Italia ha un ruolo di primo piano nel settore petrolifero libico, dove ha importanti interessi la compagnia energetica italiana Eni. Anche l’ambasciata americana in Libia ha accolto con favore la notizia.

Per la prima volta dallo scorso gennaio, la NOC ha quindi revocato lo stato di forza maggiore in tutte le esportazioni petrolifere, promettendo di adempiere agli impegni presi con tutti i contratti ancora in atto. Venerdì 10 luglio, secondo quanto dichiarato dal portavoce della Waha Oil Corporation sono partiti dal porto di Sidra, dove ha sede il maggior deposito petrolifero del Paese, 730.000 barili, diretti in Italia. Il portavoce ha dichiarato che la produzione riprenderà “stando alla larga” dai conflitti politici, in quanto l’azienda che rappresenta non parteggia per nessuna delle fazioni belligeranti e vuole solamente riprendere a lavorare.

Il 18 gennaio scorso, il governo di Tobruk aveva deciso di ridurre drasticamente la produzione petrolifera del Paese, che allora si attestava a 1,2 milioni di barili al giorno, ad appena 72.000, per mettere in difficoltà il proprio rivale, ossia il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli. In Libia, mentre il governo di Tobruk ha il controllo sulla cosiddetta mezzaluna del petrolio nell’Est e nel Sud del Paese, il governo di Tripoli lo ha sulla Banca Centrale che gestisce i proventi del settore. La mossa di gennaio del LNA aveva quindi determinato perdite per il GNA per oltre 6,5 miliardi di dollari ed era stata un tentativo di mettere sotto pressione l’avversario, soprattutto in ritorsione contro la decisione della Turchia di inviare le proprie truppe a sostegno di Tripoli.

Dal gennaio 2020, Ankara, il maggior alleato militare del GNA del presidente Fayez Al-Sarraj, aveva dispiegato in Libia ingenti e decisivi mezzi militari che hanno consentito a Tripoli non solo di respingere l’assedio in cui l’aveva cinta l’esercito di Tobruk dal 4 maggio 2019, il 4 giugno scorso, ma anche di raggiungere una posizione di superiorità. In cambio del suo sostegno, secondo quanto pattuito con il GNA, alla Turchia saranno concessi ampi diritti nel Mediterraneo orientale e vantaggi economici in Libia.

Il Paese nordafricano dispone delle maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano e il settore rappresenta la base della sua economia, per tali ragioni, nel corso della guerra civile, il bene è stato un fattore chiave. Al momento, dal punto di vista militare, il centro delle tensioni libiche è rappresentato dalla città di Sirte, attualmente sotto il controllo dell’esercito di Tobruk, del generale Khalifa Haftar. Da un lato, il GNA si è detto determinato a riconquistare Sirte e la base area di Al-Jufra, dall’altro l’Egitto e la Russia, alleati del LNA, hanno indicato tali luoghi come una “linea rossa” da non superare. In particolare, il 24 giugno, Aguila Saleh, il capo del Parlamento di Tobruk, ha dichiarato che invocherà l’intervento militare egiziano nel caso in cui Sirte, venisse attaccata, come già annunciato dal presidente dell’Egitto stesso, Abdel Fattah Al-Sisi, il 20 giugno scorso.

La Libia è teatro di una lunga guerra civile iniziata il 15 febbraio 2011 a cui ha fatto seguito, nell’ottobre dello stesso anno, la caduta del regime dittatoriale di Muammar Gheddafi. Da tale evento in poi, il Paese non è mai riuscito a realizzare una transizione democratica e al momento vede il fronteggiarsi dei governi di Tripoli e Tobruk. 

Il GNA di al-Sarraj è il governo ufficialmente riconosciuto dall’Onu in Libia, è nato il 17 dicembre 2015 con gli accordi di Skhirat, firmati in Marocco e poi scaduti il 17 dicembre 2017 ed è stato formalmente appoggiato da Italia, Qatar e Turchia. Il governo di Tobruk, invece, è guidato da Aguila Saleh, appoggia le forze del LNA e, a livello internazionale, è sostenuto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia, Giordania e Francia.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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