Francia: il supporto ad Haftar è solo politico e non militare

Pubblicato il 10 luglio 2020 alle 14:48 in Francia Libia

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Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha affermato che Parigi ha fornito un sostegno politico al generale libico, Khalifa Haftar, ma non un appoggio militare. In più, Le Drian ha specificato, giovedì 9 luglio, nell’aula del Senato, che le consultazioni politiche con il governo di Tobruk si inseriscono nell’ottica di un futuro accordo di pace. “Parigi non è schierata con nessuna fazione in Libia. Stiamo discutendo con tutte le parti”, ha assicurato il ministro, precisando che il tentativo di Haftar di assediare Tripoli ha avuto inizio una volta combattuto e respinto lo Stato Islamico.

Secondo il quotidiano The Libya Observer, la Francia, descrivendo Haftar come il nemico dell’Isis in Libia, sta cercando di diffondere una narrazione che, nonostante le ombre, evidenzi anche le luci e i meriti del comandante libico. Inoltre, come sottolineato dalla fonte, le affermazioni secondo le quali la Francia non abbia fornito alcun supporto militare in Libia stridono con le diverse prove raccolte nel corso degli anni. È il caso, ad esempio, dell’incidente avvenuto il 20 luglio 2016 a Bengasi, dove 3 soldati francesi sono rimasti uccisi nello schianto, o presunto abbattimento, dell’elicottero sul quale viaggiavano. In tale occasione, Parigi ha ammesso per la prima volta la presenza di membri delle forze speciali francesi nel Paese nordafricano. Un altro esempio risale al 15 aprile 2019, quando alcuni cittadini e ufficiali francesi sono stati arrestati dalle autorità tunisine lungo il valico di Ras Jedir, al confine tra Libia e Tunisia. Anche quello è rimasto un episodio avvolto nel mistero e intorno al quale si sono diffuse con più insistenza le accuse su un eventuale coinvolgimento diretto di Parigi e del suo personale militare nel conflitto libico. L’episodio è avvenuto solo pochi giorni dopo l’annuncio della campagna di Haftar su Tripoli, cominciata il 4 aprile 2019. Infine, un ultimo caso che ha coinvolto la Francia riguarda la scoperta, il 10 luglio 2019, di 4 missili Javelin, di provenienza francese, nella base di Gheryan, appartenente alle forze del generale Haftar. In quell’occasione, Parigi ha ammesso che i missili erano suoi ma che non potevano essere utilizzati perché “fuori uso”.

Solo qualche giorno fa è emerso, secondo quanto dichiarato dal settimanale The Arab Weekly, che i mezzi usati per condurre, tra il 4 e il 5 luglio, l’attacco aereo contro la base di al-Watiya, controllata dalle forze di Tripoli, potrebbero rivelare il coinvolgimento militare attivo di Paesi come l’Egitto o la Francia. Gli aerei da guerra che si sono abbattuti sul campo, a detta della fonte, sono mezzi Rafale e gli attori, coinvolti nel conflitto libico, che possiedono questo tipo di velivoli sono proprio Parigi e Il Cairo. Entrambi i Paesi sono preoccupati dalla presenza turca in Libia e dal ruolo di Ankara nella guerra. Quest’ultima sostiene apertamente il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, presieduto dal premier Fayez al-Sarraj, e, nelle ultime settimane, si è impegnata in un’avanzata verso Sirte, con l’obiettivo di permettere al GNA di prendere il controllo della città e della base di al-Jufra, per poi proseguire gradualmente con la liberazione dei restanti territori meridionali ed orientali posti ancora sotto il controllo di Haftar. Il 10 luglio, il portavoce dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar, Ahmedal-Mismari, ha affermato che, se le forze turche attaccheranno Sirte o la base di al-Jufra, il sogno di Ankara in Libia terminerà definitivamente, in quanto le sue truppe sono pronte a rispondere a qualsiasi offensiva. Sulla situazione di Sirte, il ministro francese Le Drian ha affermato, il 9 luglio, che, dato il momentaneo stallo dei combattimenti via terra negli ultimi giorni, le forze in campo dovrebbero cercare di approfittarne per favorire una tregua duratura e, in breve tempo, un cessate il fuoco definitivo.

Le tensioni tra Francia e Turchia sono aumentate a seguito all’incidente dello scorso 10 giugno, quando una nave da guerra turca aveva impedito a una delle imbarcazioni della missione europea volta a far rispettare l’embargo sulle armi imposto in Libia, l’Operazione Irini, di ispezionare una nave cargo sospetta. Questa era stata intercettata a largo delle coste libiche. Parigi ha considerato la condotta turca un atto ostile, secondo le regole di ingaggio della NATO. Dall’altra parte, Ankara ha negato di aver causato problemi alla fregata francese. In merito a tale vicenda, lo scorso 18 giugno, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha annunciato che l’Alleanza avrebbe avviato le indagini necessarie a ricostruire quanto accaduto. 

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, c’è il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, vi è invece il governo di Tobruk, con a capo il generale Khalifa Haftar. Quest’ultimo riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Anche la Giordania è considerata tra i principali esportatori di armi per Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia, invece, appoggiano il governo riconosciuto a livello internazionale. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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