Il Burkina Faso si scaglia contro le accuse di Human Rights Watch

Pubblicato il 10 luglio 2020 alle 20:34 in Africa Burkina Faso

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Il governo del Burkina Faso ha contestato, venerdì 10 luglio, le conclusioni elaborate da un rapporto della ONG Human Rights Watch, che accusa le forze armate del Paese africano di aver perpetrato esecuzioni di massa di civili. Il documento, pubblicato mercoledì 8 luglio, afferma che almeno 180 corpi sono stati ritrovati in fosse comuni nelle regioni del Nord, intorno alla città di Djibo. Le prove raccolte dallorganizzazione indicano che le stragi sarebbero state compiute dalle forze di sicurezza tra novembre 2019 e giugno 2020.

“Le accuse di Human Rights Watch rappresentano una lettura discutibile degli sforzi compiuti dalle forze di difesa e di sicurezza del Burkina Faso”, ha dichiarato il governo in una nota in cui ha sottolineato il suo impegno per la difesa dei diritti umani. Il ministro della Difesa burkinabè, Moumina Cherif Sy, ha dichiarato che gli omicidi potrebbero essere stati commessi da gruppi armati con addosso uniformi militari e attrezzature logistiche rubate. “È difficile per la popolazione distinguere tra gruppi terroristici e forze di difesa e sicurezza”, ha affermato il ministro.

L’aumento delle segnalazioni di abusi da parte dei soldati del Sahel hanno provocato la reazione degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e dei leader della regione africana. Giovedì 9 luglio, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che le violenze commesse dalle forze di sicurezza statali devono essere affrontate oppure lassistenza a questi Paesi rischia di essere messa in discussione.

Le autorità lottano da anni per contenere i gruppi jihadisti che, soprattutto nel Nord del Paese, alimentano i conflitti etnici associandosi ai pastori dell’etnia Fulani. Di conseguenza, i civili spesso si ritrovano coinvolti nelle rappresaglie dei soldati e delle forze di sicurezza, secondo quanto affermano le organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Il Country Report on Terorrism 2018 del governo americano afferma che, a partire dal 2017, si è registrata nel Paese una lenta ma continua crescita delle attività terroristiche jihadiste, specie lungo i confini con il Mali. Lo stesso anno, Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) si è unito ad al-Mourabitoun, Ansar al-Dine e al Macina Liberation Front per formare il Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimin (JNIM), gruppo attualmente molto attivo in Burkina Faso, insieme ad Ansarul Islam e ISIS in the Greater Sahara. Dal 2018, militanti jihadisti affiliati a diverse organizzazioni hanno condotto omicidi mirati, raid contro postazioni militari e di sicurezza, attentati con esplosivi improvvisati. 

Per lungo tempo risparmiato dai gruppi armati attivi nel Sahel, il Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri del mondo, è divenuto bersaglio dei movimenti jihadisti in seguito alla caduta dell’ex presidente Blaise Compaore, nell’ottobre 2014. I militanti, alcuni legati ad al-Qaeda, altri allo Stato Islamico, hanno cominciato a infiltrarsi nel Paese dalle regioni del Nord, al confine con il Mali e con il Niger. Da lì, si sono poi spostati in altre direzioni, soprattutto a Est.

Il Burkina Faso è, insieme al Mali e al Niger, uno dei Paesi più colpiti dalla furia dei jihadisti nella regione del Sahel. Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 4000 persone sono rimaste uccise in attentati perpetrati lo scorso anno nei tre Paesi. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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