Tunisia: spari contro veicoli sospetti al confine con la Libia

Pubblicato il 9 luglio 2020 alle 20:06 in Libia Tunisia

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Le truppe dell’esercito tunisino, al confine con la Libia, hanno sparato ad alcuni veicoli che cercavano di attraversare una zona militare interdetta ai civili. È quanto ha riferito una dichiarazione del Ministero della Difesa di Tunisi, mercoledì 8 luglio, senza riportare dettagli su eventuali vittime.

“Le formazioni militari che operano nell’area di Manzla, nel distretto di Remada (governatorato di Tatouine) hanno rilevato, martedì sera, verso le 22:00, movimenti sospetti di quattro veicoli provenienti dal territorio libico e penetrati nella zona cuscinetto di frontiera”, ha affermato la dichiarazione, aggiungendo che, secondo regolamento, le unità militari tunisine “hanno sparato colpi di avvertimento per costringere i veicoli a fermarsi e, solo in un una seconda fase, hanno cominciato a sparare colpi alle gomme. Secondo quanto rivelato dal Ministero, nonostante lintervento delle forze di sicurezza, le auto sono comunque riuscite a scappare.

Il Tribunale militare di Sfax ha aperto uninchiesta sulla questione e il Ministero, dal canto suo, ha dichiarato che “le unità dell’esercito nazionale saranno sempre pronte con tutti i mezzi legalmente disponibili a contrastare qualsiasi tentativo volto a violare l’integrità territoriale del Paese e la sua sicurezza nazionale, respingendo tutti gli atti illegali come il traffico di esseri umani, le attività terroristiche e la criminalità organizzata “.

Una barriera di confine di 200 km, composta da trincee, banchi di sabbia e una recinzione elettronica, è stata costruita nel 2016, al confine tra Tunisia e Libia, dall’esercito tunisino, in collaborazione con gli Stati Uniti e la Germania. Lobiettivo della barriera è quello di prevenire l’infiltrazione da parte dei jihadisti e la costruzione è stata avviata dopo due gravi episodi di terrorismo perpetrati nel 2015 da estremisti tunisini che soggiornavano in Libia. Il 18 marzo 2015, due giovani tunisini armati di kalashnikov entrarono nel museo del Bardo, a Tunisi, dove uccisero 24 persone, di cui 20 turisti, 4 dei quali italiani. Successivamente, il 26 giugno, un militante armato dello Stato Islamico fece irruzione presso un resort di Port El Kantaoui, a 10 km da Susa, uccidendo 37 persone. 

Il confine tra Tunisia e Libia è una zona particolarmente instabile. Con la crescita dei conflitti e delle tensioni militari nella regione libica occidentale, Tunisi è sempre più preoccupata di un eventuale spostamento degli scontri armati nelle aride zone di frontiera. In particolare, a intimorire la Tunisia, è linvio da parte della Turchia di mercenari e militanti dalla Siria. La Tunisia ha una politica ufficiale di neutralità nella guerra libica e sostiene una soluzione pacifica del conflitto. Anche la Russia rappresenta un elemento di preoccupazione, non solo per Tunisi ma soprattutto per gli Stati Uniti, storici alleati della Tunisia. Questi ultimi hanno dichiarato, il 29 maggio, di avere intenzione di inviare sul suolo tunisino delle brigate di assistenza incaricate di supportare le forze di sicurezza locali. Si tratta di unità dell’esercito americano specializzate nell’addestramento, nella consulenza, nell’assistenza e nel sostegno operativo agli alleati e ai partner americani.  Tuttavia, il comando africano degli Stati Uniti (AFRICOM) ha specificato che si tratterebbe di assistenza militare e non implicherebbe il dispiegamento di forze da combattimento. In una dichiarazione successiva, il Ministero della Difesa tunisino ha specificato che, per il Paese, gli USA sono uno dei partner principali per quanto riguarda la costruzione della capacità operativa del proprio esercito.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, c’è il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, vi è invece il governo di Tobruk, con a capo il generale Khalifa Haftar. Quest’ultimo riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Anche la Giordania è considerata tra i principali esportatori di armi per Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia, invece, appoggiano il governo riconosciuto a livello internazionale. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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