In Libia una presenza straniera “senza precedenti”, aumento del 172% di vittime civili

Pubblicato il 9 luglio 2020 alle 11:20 in Emirati Arabi Uniti Libia

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Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha affermato che in Libia vi è una presenza straniera mai vista prima, mentre il delegato Taher al-Sunni, rappresentante permanente per la Libia alle Nazioni Unite, si è detto contrario alla partecipazione degli Emirati Arabi Uniti (UAE) nel dialogo politico.

Le dichiarazioni di Guterres e al-Sunni sono giunte l’8 luglio, nel corso di un incontro di alto livello, svoltosi da remoto, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nello specifico, il Segretario generale ha posto l’accento sulla presenza di forze straniere nei territori libici, affermando che il conflitto sta oramai vivendo una nuova fase, che vede attori esterni fornire armamenti e mercenari alle forze in campo. In particolare, ha evidenziato Guterres, dall’ultimo incontro del Consiglio di Sicurezza del 19 maggio scorso, le forze del governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo nazionale (GNA), grazie ad un “ingente sostegno esterno” hanno diretto la propria offensiva sempre più ad Est, contrastando la presenza del cosiddetto Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar.

Tuttavia, a detta del Segretario generale dell’Onu, “il tempo stringe” e bisogna agire per giungere ad una risoluzione pacifica alla crisi libica. Per tale ragione, la comunità internazionale è stata esortata a cogliere qualsiasi occasione volta a sbloccare la situazione di “stallo politico” attuale, e, sebbene i fronti di combattimento sembrino assistere ad una relativa calma dal 10 giugno, quando l’esercito del GNA è giunto a circa 25 km di distanza dalla città costiera di Sirte, le Nazioni Unite si sono dette preoccupate per la situazione militare creatasi nelle aree circostanti e hanno evidenziato come “l’alto livello di ingerenza estera diretta” rappresenti una violazione dell’embargo sulle armi, delle risoluzioni dell’Onu e degli impegni presi alla Conferenza di Berlino il 19 gennaio 2020.

Nel frattempo, ha dichiarato Guterres, circa 30.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa dei perduranti conflitti sia nella periferia Sud di Tripoli sia a Tarhuna. In totale, gli sfollati interni in Libia ammontano a più di 400.000. Non da ultimo, tra il primo aprile e il 30 giugno, la Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) ha documentato almeno 356 vittime, tra cui 102 morti e 254 feriti civili. Tali cifre rappresentano un aumento del 172% rispetto al periodo gennaio-marzo 2020. Inoltre, ha aggiunto il Segretario generale dell’Onu, un’altra fonte di preoccupazione è rappresentata dall’emergenza coronavirus, che ha provocato 32 morti su 1.046 casi di contagio. Tuttavia, vista l’insufficienza di kit per test e tamponi, è probabile che la portata del Covid-19 in Libia sia maggiore.

Nel corso della videoconferenza dell’8 luglio, Taher al Sunni ha affermato che il proprio Paese, la Libia, rifiuta la partecipazione degli Emirati Arabi Uniti in qualsiasi forma di dialogo politico. “Che cosa stanno facendo i soldati degli Emirati nel nostro Paese, perché sostengono Haftar e perché continuano a destabilizzare la Libia?” sono state le domande rivolte dal delegato libico all’assemblea del Consiglio di Sicurezza. Inoltre, secondo al-Sunni, firmare un accordo di cooperazione con qualsiasi Paese deve tener conto del rispetto della sovranità libica e il dialogo politico dovrebbe includere partiti e personalità provenienti da ciascuna regione libica e non dovrebbe partire da “iniziative unilaterali” promosse da attori stranieri schierati con l’una o l’altra parte.

L’inizio delle tensioni in Libia è da far risalire al 15 febbraio 2011, punto di partenza della rivoluzione e della guerra civile che, nonostante la caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, avvenuta nell’ottobre dello stesso anno, non hanno portato alla transizione democratica auspicata. Gli schieramenti principali che si affrontano sono il governo di Tripoli e quello di Tobruk. Il primo è guidato dal primo ministro Fayez al-Sarraj ed è l’unico esecutivo legittimo riconosciuto dalle Nazioni Unite, mentre il secondo è legato al generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Era stata proprio una Commissione dell’Onu, il 15 maggio, a rivelare che gli Emirati Arabi Uniti sono responsabili per la gestione di un “ponte aereo nascosto”, volto a fornire armi al generale libico Haftar. Nello specifico, sono 37 i voli al centro delle indagini degli esperti delle Nazioni Unite, condotte dall’inizio del mese di gennaio 2020. Secondo quanto rivelato da alcuni diplomatici, i voli in questione sono stati gestiti da una rete di compagnie registrate negli Emirati Arabi Uniti, in Kazakistan e nelle Isole Vergini britanniche. Parallelamente, Abu Dhabi avrebbe acquistato arsenale per le forze di Haftar, tra cui 6 elicotteri e 2 imbarcazioni, per commesse dal valore di circa 18 milioni di dollari.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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