Siria: autobomba in una città controllata da Ankara causa almeno 6 morti

Pubblicato il 8 luglio 2020 alle 11:36 in Siria Turchia

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L’esplosione di un’autobomba ha causato la morte di almeno 6 persone, tra cui 3 bambini, il 7 luglio, nella città siriana settentrionale di Tell Abyad, posta sotto il controllo di gruppi filo-turchi.

Secondo quanto specificato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), altre 15 persone sono rimaste ferite, alcune delle quali versano in gravi condizioni, mentre non è stato possibile identificare 3 delle vittime decedute, in quanto i loro corpi sono stati smembrati a seguito dell’esplosione. Quest’ultima ha avuto luogo nei pressi della sede del centro per la sicurezza criminale, altresì quartier generale di gruppi armati filo-turchi. Per il Ministero della Difesa turco, si è trattato di un attentato ad opera del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Tuttavia, quanto accaduto il 7 luglio non è il primo episodio di tal tipo nelle aree al confine turco-siriano, controllate dalle fazioni di opposizione affiliate alla Turchia. Il 23 giugno, fonti del SOHR hanno riferito della morte di 8 persone, tra cui 3 civili, a seguito dell’esplosione di un’autobomba a Tal Half, che ha causato altresì il ferimento di altre 15 persone, perlopiù combattenti sostenuti da Ankara. Uno degli episodi più violenti degli ultimi mesi si è verificato il 28 aprile ad Afrin, nel governatorato Nord-occidentale di Aleppo, dove un’autocisterna è esplosa causando circa 46 morti civili, tra cui anche donne e bambini, e più di 40 feriti. Anche in quel caso, la Turchia ha accusato le milizie curde ed il Partito dei Lavoratori del Kurdistan di essere responsabili per quello che è stato definito un attentato.

Il PKK è un’organizzazione paramilitare, sostenuta delle masse popolari del Sud-Est della Turchia di etnia curda, ma attiva anche nel Kurdistan iracheno. Per Ankara, l’Unione Europea e per gli Stati Uniti, tale Partito è da considerarsi un’organizzazione terroristica. Dal 2016, la Turchia ha condotto quattro operazioni nel Nord della Siria, con il fine di evitare la formazione di un corridoio verso il confine turco usufruibile dai “terroristi” e di stabilire la pace nella regione.

Tra queste, vi è l’operazione “Fonte di pace”, lanciata il 9 ottobre 2019, un giorno dopo il ritiro delle truppe statunitensi dal Nord-Est della Siria. In tale occasione, l’obiettivo è stato rappresentato dalle Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle Unità di Protezione Popolare, considerate il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS in Siria. Grazie a tale collaborazione, negli ultimi anni, le SDF sono riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, si oppone fortemente all’ipotesi che queste possano controllare un territorio così vasto al confine con la Turchia.

“Fonte di pace” si è conclusa il 22 ottobre 2019. In realtà, a seguito di una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti avevano finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo già il 17 ottobre 2019. Tuttavia, i combattimenti sono continuati anche successivamente in alcune città, fino a quando, il 22 ottobre 2019, Erdogan ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa a Sochi, nel Sud della Russia. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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