Egitto: liberato studente americano dopo un anno e mezzo di detenzione

Pubblicato il 8 luglio 2020 alle 19:20 in Africa Egitto

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Uno studente americano di medicina, detenuto senza processo in una prigione egiziana per circa un anno e mezzo, è stato liberato ed è tornato negli Stati Uniti, secondo quanto riferito dal Dipartimento di Stato USA, martedì 7 luglio. Il rilascio di Mohamed Amashah, cittadino con doppia cittadinanza, egiziana e americana, proveniente dal New Jersey, è avvenuto dopo mesi di pressione da parte dell’amministrazione Trump. Accogliamo con favore la liberazione dalla detenzione del cittadino americano Mohamed Amashah e ringraziamo l’Egitto per la collaborazione nel rimpatrio del ragazzo”, ha affermato il Dipartimento di Stato. Il presidente del Comitato per le relazioni estere del Senato americano, il senatore Jim Risch, ha dichiarato di aver sollevato personalmente la questione degli “americani ingiustamente detenuti” con il Ministero degli Esteri egiziano, la scorsa settimana.

Come migliaia di prigionieri politici in Egitto, Amashah, 24 anni, era trattenuto in uno stato di detenzione preventiva con l’accusa di “abuso dei social media” e di “sostegno a gruppi terroristici”, secondo quanto rivelato dalla ONG Freedom Initiative. I pubblici ministeri del Cairo hanno usato motivazioni legate a reati di terrorismo per rinnovare ogni volta, per mesi, periodi di detenzione preventiva della durata di 15 giorni.

Nel marzo dello scorso anno, Amashah era apparso nella capitale, in piazza Tahrir, epicentro della rivolta araba egiziana del 2011, con un cartello che recitava: “Libertà per tutti i prigionieri politici”. Il ragazzo era stato rapidamente arrestato e trasferito nel complesso carcerario di Tora, al Cairo, dove alla fine è rimasto per 16 mesi. Come condizione per il suo rilascio, il giovane ha rinunciato alla sua cittadinanza egiziana.

A marzo, mentre il coronavirus si diffondeva in Egitto e sollevava lo spettro di contagi nelle affollate carceri del Paese, Amashah, che soffre di asma e di una malattia autoimmune, ha iniziato sciopero della fame per protestare contro la sua ingiusta prigionia. La salute del ragazzo, a rischio di rapido deterioramento, ha alimentato a Washington la paura di un altro caso come quello di Mustafa Kassem, il rivenditore di ricambi auto di New York la cui recente morte, a gennaio, nella stessa prigione, dopo uno sciopero della fame, ha causato un brivido nelle relazioni tra Egitto e Stati Uniti. “Nessuno voleva correre il rischio di un altro Kassem”, ha dichiarato Mohamed Soltan, fondatore della Freedom Initiative.

Un gruppo bipartisan di senatori degli Stati Uniti ha chiesto, nei giorni scorsi, al segretario di Stato, Mike Pompeo, di sollecitare i governi stranieri a liberare i detenuti americani, tra cui Amashah, citando i rischi dovuti alla pandemia. In più, qualche mese fa, anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha fatto appello alle autorità egiziane invitandole a rilasciare tutti i detenuti che si trovano in stato pre-processuale, esortando Il Cairo a salvarli da un possibile focolaio virale. Le prigioni egiziane, stimate per contenere circa 114.000 persone, sono “sovraffollate, insalubri e soffrono di una mancanza di risorse”, ha dichiarato l’Ufficio per i diritti umani dellONU, aggiungendo che ai detenuti viene frequentemente negato l’accesso alle cure e ai trattamenti medici.

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Chiara Gentili

di Redazione

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