Libia: le mine di Haftar hanno provocato 138 vittime in due mesi

Pubblicato il 7 luglio 2020 alle 15:42 in Africa Libia

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Il capo ad interim della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), Stephanie Williams, ha riferito che i dispositivi esplosivi posti nei quartieri residenziali delle regioni precedentemente controllate dall’Esercito Nazionale Libico (LNA) hanno causato la morte e il ferimento di 81 civili e 57 non civili in circa due mesi. Per Williams si potrebbe trattare di una violazione del Diritto internazionale.

Le dichiarazioni del capo ad interim, altresì rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Libia, sono giunte il 6 luglio, a seguito della morte di altri due operatori umanitari impegnati nelle operazioni di sminamento, avvenuta il 5 luglio nel Sud della capitale Tripoli. “Sono profondamente rammaricata per la morte di altri due sminatori, morti durante l’esercizio delle proprie funzioni, sacrificando le loro vite per garantire che i quartieri residenziali siano liberi da ordigni esplosivi” sono state le parole di Williams. Il bilancio delle vittime causate da maggio 2020 include altresì coloro che sono impegnati nelle operazioni di bonifica, svolte perlopiù nel Sud di Tripoli. Tra i dispositivi ritrovati e disinnescati vi sono ordigni esplosivi improvvisati, mine terrestri e residui bellici esplosivi.

Già il 3 giugno scorso, Human Rights Watch aveva denunciato l’installazione, avvenuta nelle settimane precedenti, di mine e trappole da parte delle forze dell’LNA, guidate dal generale Khalifa Haftar, nel quadro dell’offensiva volta alla conquista di Tripoli, avviata il 4 aprile 2019. Nello specifico, secondo quanto rivelato, gli ordigni erano stati posizionati dai militari dell’LNA e da combattenti stranieri mentre si ritiravano verso Sud.

Precedentemente, il 25 maggio, UNSMIL aveva espresso la propria preoccupazione di fronte alle vittime civili dei quartieri tripolini di Ain Zara e Salah al-Din, morti o rimasti feriti a causa dell’esplosione di ordigni posizionati all’interno o nei dintorni delle proprie abitazioni. Successivamente, il 29 maggio, membri affiliati al governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), avevano condiviso su Twitter alcune immagini che ritraevano quattro tipi mine, di manifattura russa o sovietica, rinvenute nei pressi di Tripoli. Secondo gli alleati del GNA, gli ordigni erano stati installati presso i quartieri di Ain Zara, Al-Khilla, Salah al-Din, Sidra, e Wadi al-Rabi’ da una compagnia privata di mercenari russi, la cosiddetta Compagnia Wagner, ritenuta connessa al Cremlino e sostenitrice delle forze di Haftar.

Dopo più di un anno dall’inizio dell’offensiva contro Tripoli, Haftar ed il proprio esercito sono stati costretti ad allontanarsi dalla capitale il 4 giugno scorso, quando le forze tripoline hanno ripreso il controllo della regione. Si è trattato di uno dei risultati più rilevanti raggiunti nella cornice dell’operazione “Sentieri della vittoria”, che ha portato altresì alla liberazione della città di Tarhuna, il 5 giugno, situata a circa 95 km a Sud-Est di Tripoli. Nel caso di Tarhuna, l’allontanamento dell’LNA ha portato alla scoperta di più di otto fosse comuni. A tal proposito, l’11 giugno, UNSMIL ha espresso il proprio “orrore” ed ha richiesto l’avvio di indagini tempestive, efficaci e trasparenti ai sensi del Diritto internazionale, con il fine ultimo di identificare le vittime, stabilire le cause della morte e consegnare i corpi ritrovati nelle fosse alle famiglie.

L’inizio delle tensioni in Libia è da far risalire al 15 febbraio 2011, punto di partenza della rivoluzione e della guerra civile che, nonostante la caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, avvenuta nell’ottobre dello stesso anno, non hanno portato alla transizione democratica auspicata. Gli schieramenti principali che si affrontano sono il governo di Tripoli e quello di Tobruk. Il primo è guidato dal primo ministro Fayez al-Sarraj ed è l’unico esecutivo legittimo riconosciuto dalle Nazioni Unite, mentre il secondo è legato al generale Haftar. Secondo i dati forniti dalla Missione di Supporto dell’Onu, nel periodo primo gennaio – 31 marzo 2020, il numero delle vittime civili causate dal conflitto ammonta a 131, di cui 64 morti. Tali cifre rappresentano un aumento del 45% rispetto al medesimo periodo del 2019.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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