Libia: l’attacco contro al-Watiya suscita preoccupazioni e dubbi

Pubblicato il 7 luglio 2020 alle 11:11 in Africa Libia

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Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione circa l’attacco contro al-Watiya condotto tra il 4 e il 5 luglio. Per alcuni, i Rafale impiegati erano emiratini, ma non si esclude il coinvolgimento di Francia ed Egitto.

La base di al-Watiya, definita strategica, era considerata una delle maggiori roccaforti dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e del suo generale, Khalifa Haftar, nell’Ovest libico. Successivamente, il 18 maggio, le forze di Tripoli sono riuscite a prenderne il controllo e a stabilirsi nell’area in modo indisturbato, fino a quando, nella notte tra il 4 e il 5 luglio, aerei, presumibilmente stranieri, hanno condotto raid contro la base. Nella giornata del 6 luglio, il portavoce del Segretario Generale dell’Onu, Stephane Dujarric, nel corso di una conferenza stampa, si è detto preoccupato circa quanto accaduto ad al-Watiya ed ha esortato tutte le parti coinvolte nel conflitto libico ad aderire alle risoluzioni riguardanti la Libia stabilite in consessi internazionali, tra cui la Conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020. Per Dujarric, azioni simili alimentano ulteriormente il conflitto, a spese della popolazione civile, ed è, pertanto, necessario raggiungere un accordo di cessate il fuoco nel minor tempo possibile.

Tuttavia, si è trattato del primo attacco di tal tipo dal 18 maggio, provocato altresì dalle preoccupazioni di una crescente influenza della Turchia in Libia. Circa al-Watiya, alcuni prevedono che il luogo possa diventare una base permanente turca, altresì funzionale alle attività di esplorazione nel Mediterraneo. Da parte sua, l’Esercito Nazionale Libico ha affermato che sono stati 9 gli obiettivi presi di mira all’interno della base, mentre i media locali filo-Haftar hanno dichiarato che gli aerei miravano alla distruzione di sistemi di difesa aerea turchi.  

Fonti egiziane hanno riferito, nella giornata del 5 luglio, che i Rafale, ovvero gli aerei da combattimento, impiegati nell’attacco erano di provenienza emiratina, sebbene fossero decollati dall’aeroporto militare egiziano di Habata, situato nella vicinanze del confine libico. Inoltre, le medesime fonti hanno precisato che i velivoli erano giunti in Egitto, presso la base di Sidi Barani, alcuni giorni precedenti all’attacco ed erano stati trasferiti in un secondo momento presso l’aeroporto. Tuttavia, è stato spiegato, l’attacco contro al-Watiya è stato il risultato di un più ampio coordinamento che ha visto coinvolti Francia, Egitto e Russia, tutti sostenitori del generale Haftar e sempre più timorosi di un rafforzamento del ruolo di Ankara in Libia.

Inoltre, le medesime fonti hanno confermato che gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita stanno esercitando pressioni sull’Egitto, esortandolo a condurre una guerra “massiccia” in Libia contro la Turchia. Tuttavia, Il Cairo sembra non essere disposto ad avviare una simile azione, viste le conseguenze che potrebbero derivarne in un periodo che non considera “appropriato”. L’Egitto si è, però, detto disposto a fornire basi e strutture logistiche per coloro che desiderano intraprendere operazioni belliche.

Secondo il quotidiano al-Arab, l’attacco contro al-Watiya ha rappresentato un segnale di risposta alla visita del ministro della Difesa della Turchia, Hulusi Akar, e del capo di Stato Maggiore, Yasar Guler, a Tripoli, dove, il 3 luglio, hanno incontrato il premier tripolino, Fayez al-Sarraj, e discusso di un accordo che tutelerebbe gli interessi di Ankara in Libia. Parallelamente, l’episodio dimostrerebbe altresì che le “linee rosse” nello spazio aereo differiscono da quelle tracciate via terra dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Tuttavia, è stato evidenziato, porre aerei da combattimento e droni militari ad al-Watiya costituisce una minaccia diretta a qualsiasi unità dell’esercito dispiegata a Sirte, nella base di al-Jufra e nella Libia orientale.

Un membro del Parlamento libico, Ibrahim al-Darsi, ha affermato che gli attacchi aerei del 4-5 luglio sono stati lanciati da forze “fin troppo note”, le quali hanno voluto inviare un messaggio al presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e ai suoi affiliati, ricordando loro che vi sono “linee rosse” da non poter essere oltrepassate. Tuttavia, l’episodio, a detta di al-Darsi, conferma che l’arena libica non è vuota, ma vede la partecipazione di forze in grado di colpire duramente ovunque e in qualsiasi momento.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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