Striscia di Gaza: le tensioni continuano

Pubblicato il 6 luglio 2020 alle 10:25 in Israele Palestina

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L’esercito israeliano ha riferito che 3 missili sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza verso Israele, nella sera del 5 luglio. Parallelamente, fonti palestinesi hanno dichiarato che, nella medesima giornata, aerei israeliani hanno condotto raid contro postazioni palestinesi nell’Est di Gaza.

Circa il primo episodio, secondo quanto riportato dal quotidiano Asharq al-Awsat, questo non è stato ancora rivendicato, e le forze israeliane non hanno rivelato ulteriori dettagli riguardanti altresì i luoghi colpiti. Tuttavia, è stato specificato che il sistema di difesa anti missile israeliano, “Cupola di ferro”, è stato in grado di intercettare soltanto l’ultimo missile. Inoltre, non sono state colpite aree residenziali e non è stata riportata alcuna vittima.

Dall’altro lato, fonti locali palestinesi hanno dichiarato che aerei da guerra ed elicotteri israeliani hanno lanciato una serie di raid, nella sera di domenica 5 luglio, contro le postazioni dei gruppi di “resistenza palestinese” situate a est di Gaza e, nello specifico, nei pressi del quartiere di al-Shaja’ija. Anche in questo caso, non sono state riportate vittime. Da parte sua, un portavoce dell’esercito israeliano ha riferito che aerei israeliani hanno colpito una struttura appartenente ad Hamas nel Nord di Gaza, in risposta a missili lanciati nelle ore precedenti dal movimento palestinese contro gli insediamenti israeliani.

Già il 26 giugno, il Movimento Islamico di Resistenza, Hamas, aveva lanciato due missili verso l’area di Sderot, nel Distretto Meridionale di Israele, a un km dalla Striscia di Gaza. L’attacco non aveva provocato né vittime né danni nella zona colpita ed era giunto in seguito all’avvertimento del giorno precedente rivolto da Hamas contro il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Quest’ultimo è il promotore di un progetto che ha ulteriormente alimentato il clima di tensione tra israeliani e palestinesi, non solo sulla Striscia di Gaza. Il riferimento va al piano che prevede l’annessione di alcuni territori palestinesi, tra cui la Valle del Giordano e il Mar Morto settentrionale, a Israele, per un’area pari a circa il 30% della Cisgiordania. In un primo momento, si prevedeva che le prime operazioni a riguardo sarebbero state effettuate a partire dal primo luglio 2020. Tuttavia, a causa del mancato raggiungimento di un pieno consenso interno e del via libera ufficiale di Washington, si prevede che qualsiasi mossa sarà rinviata.

Per Hamas, un tale piano, sebbene non ancora attuato, rappresenta “una dichiarazione di guerra”. Per tale ragione, il Movimento ha invitato i Paesi arabi e la comunità internazionale ad adottare misure serie e concrete, per impedire a Israele di continuare con il progetto ideato. Inoltre, in una nota pubblicata l’8 giugno, il portavoce del movimento, Hazem Qassem, ha espresso il proprio apprezzamento verso coloro che hanno già manifestato il loro rifiuto al piano di annessione. Tuttavia, è stato affermato, ciò non basta, in quanto la cosiddetta “entità sionista” potrebbe non tener conto della volontà internazionale e infrangere ancora una volta la legge.

Hamas ha assunto il controllo di Gaza nel 2007, dopo aver sconfitto le forze fedeli al presidente palestinese, Mahmoud Abbas, in seguito alla vittoria elettorale del 2006. Sia l’Autorità Palestinese sia il Movimento Islamico di Resistenza si oppongono all’annessione israeliana di parte della Cisgiordania, così come contemplato anche nel cosiddetto “accordo del secolo” presentato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il 28 gennaio 2020. Tale progetto, se effettivamente attuato, potrebbe garantire a Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, oltre a preservare gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza.

La prevista annessione israeliana, come sottolineato anche da organizzazioni internazionali, eliminerebbe del tutto l’idea di una soluzione a due Stati, auspicata nel 1993 con gli Accordi di Oslo. Questa interpretazione, nello specifico, ritiene possibile la creazione di due Paesi in grado di coesistere l’uno accanto all’altro, ovvero Israele e Palestina, con un’unica capitale, Gerusalemme, divisa tra i due. Tuttavia, se Israele riuscirà ad annettere i territori reclamati, il pericolo è che la soluzione a due Stati venga compromessa, alimentando rabbia e preoccupazione anche a livello internazionale. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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