Mali: il presidente si apre al dialogo con i manifestanti

Pubblicato il 6 luglio 2020 alle 12:23 in Africa Mali

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Il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keita, si è aperto al dialogo con i manifestanti. Secondo quanto dichiarato dalla presidenza, domenica 5 luglio, Keita ha ricevuto nella capitale, Bamako, il leader del movimento che da circa un mese porta nelle piazze migliaia di persone indignate. L’incontro con Mahmoud Dicko, imam e figura di spicco del cosiddetto “Movimento del 5 giugno”, è il primo da quando sono iniziate le manifestazioni.

“Abbiamo parlato di tutto ciò che riguarda la crisi di questo Paese. Penso che con la volontà di tutte le parti interessate, se Dio voglia, troveremo la soluzione”, ha affermato Dicko in un video pubblicato sul suo account Twitter. “Il mio ruolo di imam, come ho già detto, mi obbliga a considerare sempre la pace essenziale: la pace nel nostro Paese, nella nostra regione e nel mondo”, ha aggiunto.

Le proteste stanno dando voce a una frustrazione generale dovuta agli attacchi crescenti dei gruppi armati e alle numerose violenze interetniche. Keita, che è al potere dal 2013, ha promesso di incontrare anche i rappresentanti di vari partiti, con l’obiettivo di “allentare la situazione politica”. Tuttavia, la coalizione di opposizione, formata da leader religiosi, politici e da personaggi della società civile, ha sostenuto, in una dichiarazione congiunta, rilasciata nella serata di domenica 5 luglio, che Keita sembra “ignorare le richieste” del movimento. Queste includono lo scioglimento del Parlamento e la formazione di un governo di transizione in grado di soddisfare i bisogni della popolazione. “Il movimento ribadisce la sua determinazione a ottenere con mezzi legali e legittimi le dimissioni definitive del capo dello Stato”, sottolinea la dichiarazione.

Il lento ritmo delle riforme politiche, un’economia in crisi, la mancanza di finanziamenti per i servizi pubblici e una percezione, ampiamente condivisa, di una corruzione dilagante tra le sfere del potere stanno alimentando il sentimento anti-Keita. Il presidente ha cercato inizialmente di prendere una posizione conciliante, promuovendo la formazione di un governo di unità nazionale, durante un discorso pronunciato alla nazione il 14 giugno. I manifestanti, tuttavia, hanno rifiutato l’offerta invocando la sostituzione di tutta l’attuale classe dirigente.

Le proteste sono scoppiate a inizio giugno, dopo che i risultati delle elezioni parlamentari hanno assegnato la vittoria al partito legato al presidente, ovvero il Raggruppamento per il Mali (Rpm). Il secondo turno elettorale si è tenuto il 19 aprile, nel mezzo della pandemia di coronavirus, e ha registrato una delle affluenze più basse nella storia del Mali, pari a circa il 35%. Il primo turno di votazioni, rinviato da tempo, si era invece tenuto il 29 marzo. Entrambe le tornate elettorali sono state segnate da insicurezza e macchiate da rapimenti, saccheggi e aggressioni indiscriminate contro i cittadini che sono andati a votare. Gli incidenti si sono verificati soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro. Tra questi, ci sono stati sequestri e uccisioni. Nonostante il dispiegamento di circa 1.600 osservatori indipendenti, ci sono state anche minacce di morte e vari saccheggi di seggi elettorali. È stata la prima volta dal 2013 che i cittadini del Mali hanno potuto votare, dopo vari rinvii, i nuovi parlamentari all’interno dell’Assemblea nazionale.

Il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area posta a Sud del Sahara. Eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo in questa regione e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali e i loro partner internazionali, che hanno lottato a lungo per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale. Nell’area è stata inaugurata ufficialmente, il 29 marzo, una nuova task force, chiamata Takuba, per coordinare gli sforzi regionali nella lotta al terrorismo. La Francia, insieme ad altri 13 Paesi europei, collaborerà con gli eserciti del Mali e del Niger per assistere le forze locali nella lotta contro i gruppi armati, integrando le operazioni compiute dalla missione francese Barkhane e dalla forza congiunta del G5 Sahel, composta da truppe provenienti dal Burkina Faso, dal Ciad, dal Mali, dalla Mauritania e dal Niger. La nuova missione opererà nella regione di Liptako, un’area compresa tra il Burkina Faso, il Niger e il Mali, secondo quanto si apprende dalla dichiarazione. Liptako è nota per essere una roccaforte dei combattenti dell’Isis nella regione del Sahel.

Oltre allo Stato Islamico, in Mali sono attivi diversi gruppi estremisti violenti, di matrice islamista, come il suddetto Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), ma anche al-Qaeda nel Magreb islamico (AQIM), Ansar al-Dine (AAD), e il Macina Liberation Front. Questi operano perlopiù nelle zone aride del Mali centrale e settentrionale, utilizzandole come base da cui partire per lanciare attacchi contro soldati e civili attraverso il vicino Burkina Faso, il Niger e oltre.

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Chiara Gentili

di Redazione

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