Il Libano alla ricerca di una luce in fondo al tunnel

Pubblicato il 6 luglio 2020 alle 11:31 in Libano Medio Oriente

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Il Libano continua a far fronte ad una grave crisi economica, caratterizzata altresì da un aumento del tasso di disoccupazione e dalla svalutazione della moneta locale. Nel frattempo, il popolo continua a protestare e alcuni analisti prevedono una forte ondata migratoria nel breve periodo.

Come specificato dal quotidiano al-Arab, tra le conseguenze della perdurante fragilità finanziaria del Libano vi è un aumento del tasso di povertà, che ha raggiunto livelli record nell’ultimo periodo. In particolare, stando a quanto rivelato da un ricercatore della società di informazione internazionale Ahlia, il tasso di povertà nel Paese è vicino al 55%, pari a circa 2.3 milioni di individui. Di questi, il 25%, ovvero circa un milione di cittadini, vive al di sotto della soglia di povertà e non è in grado di acquistare beni alimentari in quantità sufficienti per soddisfare i propri bisogni. Il 30%, invece, sebbene al di sopra della soglia di povertà, non può procurarsi un alloggio o capi di abbigliamento adeguati.

L’economista Patrick Mardini ha evidenziato che l’esacerbarsi della crisi ha causato una diminuzione di circa l’83% dei salari minimi, passati da 450 dollari a circa 75 dollari mensili. A detta di Mardini, tale calo è stato causato soprattutto dalla crescente svalutazione della moneta locale, la lira libanese, rispetto al dollaro statunitense, con un tasso di cambio che ha raggiunto circa 9.000 lire per dollaro nel mercato parallelo, nonostante in precedenza il tasso fosse fissato ufficialmente a 1.500 lire. La lira ha, pertanto, perso quasi il 78% del valore pre-crisi. Il rischio maggiore, ha sottolineato l’economista, è la cosiddetta “stagnazione economica”, ovvero una situazione caratterizzata da un’immobilità di produzione e reddito nazionale.

Nel frattempo, i movimenti di mobilitazione popolare, attivi sin dal 17 ottobre 2019, continuano a far sentire la propria voce per le strade libanesi, lamentando non solo il perdurante aggravarsi della crisi, ma anche l’inefficienza dello Stato nell’adoperarsi per disarmare Hezbollah e riportarlo sotto il controllo delle autorità statali. Nonostante le rinnovate promesse del cosiddetto “Partito di Dio”, Hezbollah, secondo cui le proprie armi verrebbero impiegate come deterrente contro Israele, la questione del disarmo è spesso al centro di dissidi interni.

Non da ultimo, esperti e ricercatori hanno di recente avvertito che la crisi economica e sociale in corso porterà sempre più giovani libanesi a lasciare il Paese, in cerca di condizioni di vita, e soprattutto lavorative, migliori. Si prevede che, una volta ripristinato completamente il traffico aereo, vi saranno grandi ondate migratorie, e, sebbene non sia possibile ottenere dati certi, recenti sondaggi hanno rivelato che potrebbero essere circa 84.000 i libanesi che emigreranno.

L’ondata di forte mobilitazione popolare in Libano aveva avuto inizio il 17 ottobre scorso, ma era stata sospesa con lo scoppio dell’epidemia di Covid-19. La richiesta principale della popolazione è la caduta di un sistema politico considerato corrotto e, pertanto, responsabile della crisi attuale. A capo del governo di Beirut vi è un ex ministro dell’Istruzione, Hassan Diab, succeduto al premier Saad Hariri, dimessosi il 29 ottobre. É stato proprio Diab, il 20 maggio, a sottolineare come il popolo libanese si trovi di fronte ad un pericolo un tempo impensabile, ovvero una crisi alimentare, e come una delle cause sia da far risalire a decenni di corruzione e cattiva governance.

Tuttavia, proprio la pandemia di coronavirus ha aggravato una situazione già complessa, che vede il Libano come uno dei Paesi maggiormente indebitati al mondo, il cui debito sovrano è pari a 87 miliardi di dollari, ovvero il 170% del PIL. Attualmente il governo ha intrapreso una prima fase di negoziazioni con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), a cui è stato già presentato il piano di salvataggio approvato dal Consiglio dei ministri il 30 aprile. Tuttavia, non sono state riposte grandi speranze in tali trattative, a causa dell’incapacità, secondo alcuni, mostrata dall’esecutivo di presentare riforme convincenti e di superare i continui dissidi interni. Secondo alcuni, sono tre gli scenari che potranno verificarsi. Il primo vede il perdurare della crisi e della situazione di paralisi economica. Una seconda ipotesi potrebbe essere l’attuazione di riforme concrete in grado di rallentare il perdurante declino, mentre un terzo scenario prende in considerazione l’ipotesi della caduta del governo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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