Iran: dubbi sull’esplosione della centrale nucleare di Natanz

Pubblicato il 6 luglio 2020 alle 12:25 in Iran Israele

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Le autorità iraniane continuano ad indagare sull’esplosione verificatasi il 2 luglio scorso presso il sito nucleare iraniano di Natanz, causando ingenti danni materiali e un rallentamento delle attività produttive e di ricerca. I sospetti sono ricaduti altresì su Israele.

Come precisato il 5 luglio dal portavoce dell’Agenzia atomica, Behruz Kamalvandi, il sito colpito è destinato alle attività di arricchimento dell’uranio e l’incendio ha interessato perlopiù un capannone che ospitava strumenti di precisione e un’unità destinata alla costruzione di centrifughe di nuova generazione, probabilmente non più utilizzabili. Pertanto, secondo alcuni osservatori, vista la rilevanza dei luoghi colpiti, è possibile che l’episodio non sia avvenuto per caso, sebbene non sia stata riportata alcuna vittima. Kamalvandi, dal canto suo, ha riferito che l’incidente ostacolerà e rallenterà i piani di Teheran, la quale, a sua volta, si impegnerà per produrre nuove centrifughe e per compensare le perdite subite. Non da ultimo, ha rivelato il portavoce, l’Iran potrebbe altresì costruire un’unità nuova, “più grande e più avanzata”.

In tale quadro, il 5 luglio, il New York Times, basandosi sulle dichiarazioni di un funzionario dell’intelligence in Medio Oriente, ha affermato che la responsabilità dell’incendio è da far risalire a Israele, il quale avrebbe impiegato una “potente bomba”. Simili affermazioni sono giunte da un membro del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche, informato sulla questione, il quale ha riferito che l’incendio è stato provocato da un esplosivo. Entrambe le dichiarazioni sono giunte da fonti in condizioni di anonimato. Tuttavia, il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha negato una simile accusa, affermando che non tutti gli incidenti che accadono in Iran “hanno necessariamente a che fare con Israele”.

Sebbene non sia tuttora possibile verificare l’attendibilità e la veridicità di tali fonti, come messo in luce dal new York Times, la rete di intelligence israeliana ha già mostrato in passato la propria capacità di colpire il programma sul nucleare iraniano, irrompendo in un magazzino a Teheran nel 2018 e rubando e diffondendo documenti segreti relativi ad un progetto nucleare iraniano. Molti di questi documenti sono stati consegnati all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, fornendo indizi su dove l’Iran potrebbe nascondere attrezzature e materie prime proibite.

Parallelamente, al di là del responsabile dell’episodio, il danno provocato al sito di Natanz reca ulteriori danni all’economia iraniana, già colpita dalle sanzioni di Washington e dalla perdurante emergenza coronavirus, e rende il Paese maggiormente esposto ai riflettori internazionali, già scettici sul continuo sviluppo del programma nucleare iraniano. In tale quadro, il 3 marzo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (IAEA), affiliata alle Nazioni Unite, ha riferito, attraverso un rapporto, che la scorta iraniana di uranio arricchito ha superato di cinque volte il limite massimo fissato dall’accordo sul nucleare del 2015. Nello specifico, a partire dal 19 febbraio 2020, la scorta ha raggiunto i 1.510 chilogrammi circa, una cifra superiore rispetto al tetto di 300 chili, stabilito dal cosiddetto Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), altresì noto come accordo sul nucleare iraniano.

Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) è un accordo siglato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania ed i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, con cui si prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. Il capo della Casa Bianca, Donald Trump, si è ritirato dall’intesa unilateralmente l’8 maggio 2018, imponendo nuovamente sanzioni contro Teheran, e causando una frattura più profonda nei loro rapporti. Alla luce di ciò, il governo di Teheran ha cominciato a venir meno agli impegni presi. Non da ultimo, Francia, Germania e Regno Unito, il 14 gennaio scorso, hanno attivato il meccanismo di risoluzione delle dispute, dopo le accuse relative alle violazioni commesse nell’ambito dell’accordo sul nucleare. Ciò potrebbe portare le Nazioni Unite a reintrodurre le sanzioni contro l’Iran, sebbene, fino ad ora, non vi sia stata alcuna mossa o procedura concreta. 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.