Turchia: ex presidente di Amnesty International condannato per terrorismo

Pubblicato il 5 luglio 2020 alle 7:45 in Medio Oriente Turchia

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Un tribunale ha condannato l’ex presidente della sezione turca di Amnesty International, Taner Kilic, per aver fatto parte di una “organizzazione terroristica” e lo ha condannato a più di 6 anni di prigione.

La Corte ha anche condannato altri 3 attivisti per i diritti umani – Gunal Kursun, Idil Eser e Ozlem Dalkiran – con l’accusa di aver supportato un “gruppo terroristico”, con una pena di 1 anno e 1 mese ciascuno. Altri 7 attivisti, tra cui il cittadino tedesco Peter Steudtner e lo svedese Ali Gharavi, sono stati assolti. Tutti e 10 gli individui erano stati arrestati in un raid della polizia nel luglio 2017, durante un seminario di formazione sulla sicurezza digitale sull’isola di Buyukada, al largo di Istanbul. L’undicesimo attivista, Kilic, era stato arrestato separatamente un mese prima nella città di Izmir. Gli imputati sono stati accusati di supportare la rete guidata dal leader religioso, Fethullah Gulen, che il governo turco incolpa per il tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016. Kilic è stato accusato di aver partecipato a tale progetto fallito.

Il processo contro i 10 attivisti ha accentuato le preoccupazioni sul trattamento da parte della Turchia dei difensori dei diritti umani e ha contribuito a inasprire le relazioni della Turchia con alcune nazioni europee, in particolare la Germania. Amnesty International ha condannato la sentenza come un “duro colpo per la giustizia”. Andrew Gardner, ricercatore turco di Amnesty International che ha partecipato all’udienza, ha dichiarato: “Il verdetto della Corte sfida la logica e mostra che questo processo di 3 anni è il tentativo motivato politicamente di mettere a tacere le voci indipendenti”.

L’ultimo arresto per simili accuse è arrivato il 18 giugno. Le autorità di Ankara hanno ordinato l’arresto di 128 militari, sospettati di essere vicini a Gulen. Una prima metà dei ricercati era concentrata lungo le coste della provincia di Izmir, sul Mar Egeo. La seconda metà degli arrestati era invece sparsa in altre 30 province della Turchia. Secondo quanto ricostruito da Al Arabiya English, non è la prima volta che alcuni membri del personale militare vengono arrestati in collegamento al tentato golpe di Gulen, il quale aveva in precedenza negato le accuse.

Dal procedimento penale avviato nel 2016, ed ancora in corso, risultano essere state accusate e imprigionate circa 77.000 persone. Insieme a loro, altri 150.000 cittadini turchi, appartenenti alla società civile o militare, sono stati arrestati o sospesi dalle loro posizioni lavorative per aver supportato il tentato golpe. Tali arresti sarebbero in realtà percepiti dai gruppi di destra del Paese e dagli alleati occidentali, secondo quanto riportato da Al Arabiya, una mossa di Erdogan per reprimere il dissenso nei confronti del proprio regime. In tale contesto, il governo ha dichiarato che i provvedimenti adottati risultano necessari vista la gravità del rischio corso dalla Turchia. Per tale ragione, ha reso noto di aver intenzione di debellare la rete di Gulen nel Paese.

Le operazioni di arresto di persone sospettate di essere vicine a Gulen sono state molto frequenti a partire dal tentativo di colpo di Stato. Sembrerebbe, secondo le accuse dell’opposizione, una politica portata avanti regolarmente da Ankara a partire dagli eventi del 15 luglio 2016. A tal riguardo, pochi giorni dopo il tentato golpe, il 21 luglio, era stato imposto nel Paese lo stato di emergenza, esteso per almeno sette volte e motivato con il persistere della minaccia da parte dei sostenitori del movimento di Gulen. Erdogan aveva promesso di revocare lo stato di emergenza in seguito alle elezioni del 24 giugno, in esito alle quali si è realizzato il passaggio dal sistema parlamentare al sistema presidenziale, deciso in occasione del referendum del 16 aprile 2017. In seguito al giuramento del 9 luglio 2018, Erdogan ha cominciato il suo secondo mandato presidenziale, che esercita con poteri fortemente accresciuti, tra cui la nomina di alti funzionari pubblici, inclusi i ministri e i vicepresidenti. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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