Iraq: sventato attacco all’ambasciata americana

Pubblicato il 5 luglio 2020 alle 11:00 in Iraq USA e Canada

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L’ambasciata americana a Baghdad, grazie al suo sistema di difesa aerea, ha individuato e abbattuto un missile lanciato in sua direzione, nella Green Zone della capitale irachena, il 5 luglio. Parallelamente, anche un altro ordigno Katyusha è stato abbattuto mentre stava per colpire la base aerea milirare di Tji, a Nord della capitale irachena. Per ora, nessun gruppo armato ha rivendicato la responsabilità degli attacchi. 

Il sistema missilistico statunitense patriot è riuscito a neutralizzare l’agressione contro l’ambasciata intercettando l’ordigno ma non è stato in grado a colpirlo abbastanza lontano dalla Green Zone, facendolo cadere al suo interno mentre era in corso una manifestazione in modalità sit-in. Stando alle autorità irachene, i detriti avrebbero colpito un’abitazione e ferito un bambino.

L’attacco è arrivato ad appena tre giorni di distanza dall’avvio di una nuova operazione dell’esercito iracheno, volta a contrastare sia la minaccia terroristica in Iraq sia le milizie filo-iraniane responsabili di numerosi attacchi contro strutture e basi statunitensi. La missione, che al suo avvio è stata diretta dallo stesso primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, si concentrerà soprattutto su Baghdad e si inserisce in un quadro che vede l’Iraq far fronte ad un inasprimento della minaccia terroristica, soprattutto nel cosiddetto “triangolo della morte”, rappresentato dalle aree di Kirkuk, Salah al-Din e al-Anbar.  

La capitale irachena non sembrerebbe essere un bersaglio diretto dello Stato Islamico ma è uno dei principali teatri delle forti tensioni tra Washington e Teheran che si sono acuite con l’uccisione da parte statunitense del generale della Quds Force, Qassem Soleimani lo scorso 3 gennaio proprio a Baghdad, su ordine del presidente americano, Donald Trump. Da allora, più gruppi armati filo-iraniani hanno attaccato vari presidi americani in Iraq, spingendo gli esperti di sicurezza iracheni a ritenere necessario il dispiegamento di soldati anche nella capitale e soprattutto nelle aree situate in prossimità delle sedi degli Stati Uniti.

La morte di Soleimani aveva rappresentato l’apice delle tensioni tra USA e Iran nel territorio iracheno che tuttavia erano già intense. Dal mese di ottobre 2019, sono stati circa 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, dei quali sono ritenute responsabili più milizie filo-iraniane, e, in particolare, le cosiddette Brigate di Hezbollah.

Tuttavia, dallo scorso 15 marzo, è apparsa anche la milizia presumibilmente filo-iraniana Revolutionary League che ha rivendicato molti attacchi contro gli USA e, in particolare, quello dell’11 marzo contro Camp Taji, dove hanno perso la vita due soldati statunitensi ed uno inglese, mentre altri 12 uomini sono rimasti feriti. Il 2 aprile scorso, Revolutionary League aveva diffuso un video in cui affermava che l’ambasciata statunitense era “sotto il proprio sguardo” e in cui mostrava immagini e clip degli edifici dell’a sede diplomatica ripresi dall’alto, attraverso un drone, accompagnati dall’hashtag “l’Iraq si sta svegliando”.

Alla luce della situazione in corso, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal primo ministro al-Kadhimi per definire il ruolo degli Stati Uniti nei territori iracheni e discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra i due Paesi.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

 

di Redazione

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