Libia: Salamé “pugnalato alle spalle”

Pubblicato il 2 luglio 2020 alle 8:49 in Africa Libia

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L’ex inviato dell’Onu in Libia, Ghassan Salamé, ha denunciato l’ipocrisia mostrata da alcuni Paesi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, responsabili di aver minato i suoi sforzi in Libia.

In particolare, nel corso di un’intervista del primo luglio per un’organizzazione diplomatica privata con sede in Svizzera, il Centre for Humanitarian Dialogue, Salamé ha affermato di essere stato “pugnalato alle spalle” da alcuni Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, i quali hanno ostacolato i suoi tentativi di riportare pace e stabilità in Libia, sostenendo il generale dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar. L’ex inviato, ha raccontato, si è sentito come se la sua presenza fosse inutile il giorno in cui Haftar, il 4 aprile 2019, ha intrapreso la propria operazione verso la capitale Tripoli. Questo perché già allora il generale poteva contare su diversi sostenitori.

Inoltre, ha sottolineato Salamé, l’offensiva stessa condotta da Haftar ha minato gli sforzi profusi dalle Nazioni Unite e i preparativi, in corso da un anno, per giungere ad un incontro volto a discutere dei meccanismi per riportare la pace in Libia. Il riferimento va alla Conferenza Nazionale di Ghadames, prevista pochi giorni dopo l’inizio dell’operazione contro Tripoli. A detta dell’ex inviato, anche in quel caso vi sono stati Paesi “rilevanti” che hanno provato a sabotare il meeting, in quanto non volevano che questo avesse luogo.

Haftar, dal canto suo, stando alle parole di Salamé, era consapevole del sostegno di diverse “super potenze”, di cui ne aveva dichiarato altresì l’identità. “È a questo punto che, in quanto rappresentante Onu, ti rendi conto che l’ipocrisia di alcuni Paesi ha raggiunto un limite che rende il tuo lavoro difficile” ha poi affermato Salamé, il quale ha altresì riferito che in un sistema internazionale indebolito e privo di regole vi sono leader di Paesi cruciali che non hanno scrupoli nel dichiarare il falso e non hanno più coscienza.  Infine, secondo l’ex inviato, la situazione in Libia ha mostrato il crollo del multilateralismo e della cooperazione internazionale e le Nazioni Unite sono divenute un “teatro dell’assurdo”.

Le dimissioni di Ghassan Salamé risalgono al 2 marzo scorso. Egli ha rappresentato il sesto inviato Onu della Missione UNSMIL, nonché il secondo di origine libanese, a non essere riuscito a portare la pace in Libia. Ghassan Salamé aveva ricevuto l’incarico il 16 giugno 2017, succedendo al tedesco Martin Kobler. Secondo quanto specificato dallo stesso Salamé, dopo circa tre anni dall’assunzione del mandato, le sue condizioni di salute non gli hanno consentito di continuare a far fronte al forte stress posto dalla missione stessa, viste le difficoltà riscontrate nel raggiungere la pace e la stabilità nel Paese Nordafricano, e nel dialogare con le diverse parti in conflitto.

Tuttavia, al momento delle dimissioni, l’inviato si era detto speranzoso ed aveva evidenziato come nel corso degli ultimi due anni fossero stati comunque raggiunti dei risultati. In particolare, si è riusciti a riunire le parti libiche, a salvaguardare l’unità del Paese e a frenare le ingerenze esterne. Non da ultimo, è stata organizzata la cosiddetta conferenza di Berlino, il 19 gennaio scorso, da cui sono emersi i tre percorsi da intraprendere per ripristinare pace e stabilità in Libia, ovvero militare, politico ed economico, attraverso la risoluzione 2510. Ciò, era stato affermato, è stato raggiunto nonostante l’opposizione mostrata da alcune parti.

La Libia è caratterizzata da una situazione di perdurante instabilità sin dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese Nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal premier Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA).

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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