UNHCR esprime preoccupazione per la legge sulla richiesta di asilo in Ungheria

Pubblicato il 1 luglio 2020 alle 17:00 in Immigrazione Ungheria

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L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha rilasciato una dichiarazione, il 29 giugno, in cui esprime preoccupazione per la legge LVIII sulle norme transitorie e la preparazione epidemiologica relative alla cessazione dello stato di pericolo, adottata dal Parlamento ungherese il 17 giugno, in risposta all’emergenza del Covid-19. In particolare, secondo UNHCR, tale norma mina ulteriormente l’accesso effettivo al territorio e all’asilo per coloro che fuggono da guerre e persecuzioni, misure già gravemente limitate in precedenza dal governo di Budapest.

Nello specifico, la nuova legge prevede che coloro i quali arrivano al confine con l’Ungheria al fine di ottenere una richiesta di asilo saranno respinti e indirizzati a dichiarare tale intenzione presso un’ambasciata ungherese in un’altra nazione. Tuttavia, ciò può esporre i richiedenti asilo al rischio di respingimento, che costituirebbe una violazione della Convenzione sui rifugiati del 1951 e di altri strumenti internazionali e regionali in materia di diritti umani di cui l’Ungheria è parte contraente. 

Secondo tali accordi, quando viene presentata una domanda di asilo alle proprie frontiere, uno Stato è tenuto, ai sensi del diritto internazionale e dell’UE, a fornire l’ammissione almeno a titolo temporaneo, per poter esaminare la domanda, in quanto, in caso contrario, verrebbe meno il diritto di richiesta asilo e il principio di non respingimento. A tal fine, l’accesso effettivo al territorio è una condizione preliminare essenziale per poter esercitare il diritto di domanda asilo.

“A causa di queste preoccupazioni fondamentali, esortiamo il governo ungherese ad avviare il ritiro della legge e a rivedere il suo sistema di asilo per renderla conforme al diritto internazionale dei rifugiati e dei diritti umani, nonché al diritto dell’UE”, ha affermato il vice-commissario per la Protezione dell’UNHCR, Gillian Triggs.

Da quando, lo scorso 14 maggio, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che i richiedenti asilo e i cittadini di Paesi terzi trattenuti illegalmente alla frontiera tra Serbia e Ungheria dovevano essere immediatamente liberati, in quanto ciò violava il diritto dell’UE, i campi di confine sono stati chiusi e circa 300 persone sono state trasferite in centri di accoglienza, nell’attesa che le proprie richieste di asilo venissero evase.

I Paesi dell’Est-Europa sono accomunati da una posizione intransigente in materia di immigrazione. A tal proposito, il 2 aprile scorso, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha decretato che, nel 2015, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca hanno infranto il diritto dell’UE, chiudendo le proprie frontiere ai migranti. Nello specifico, la sentenza ha sottolineato che il rifiuto da parte dei tre Stati di rispettare le proprie quote di ripartizione dei migranti nel 2015 violava la normativa europea. Tale verdetto ha confermato la discrepanza esistente tra i Paesi del blocco comunitario sul piano di immigrazione, pur non prevedendo pene per gli Stati che hanno infranto la legge, in quanto la ricollocazione dei migranti non è più prevista dal 2017. Da parte loro, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno dichiarato di non aver rispettato le quote sulla ripartizione al fine di tutelare la propria sicurezza nazionale, minacciata dall’afflusso dei migranti, principalmente rifugiati musulmani provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa. 

Nel 2015, sono stati più di un milione i migranti che hanno raggiunto l’Europa dal Mediterraneo. Ciò ha colto impreparata l’UE, dove al tempo stesso è stato registrato un forte incremento della popolarità dei partiti di estrema destra, promotori di posizioni anti-migratorie. Per fronteggiare l’emergenza, Bruxelles ha fortificato nel tempo i propri confini esterni, fornendo anche aiuti economici a Stati come la Turchia per ricevere supporto nell’ostacolare i migranti dal raggiungere l’Europa. Tuttavia, a livello interno, le tensioni tra gli Stati membri in materia di immigrazione non si sono placate. 

Nel corso dell’emergenza migratoria del 2015, i 28 Stati membri dell’UE avevano deciso la ricollocazione di 160.000 migranti dall’Italia e dalla Grecia. Tuttavia, secondo le stime finali, sono stati circa 40.000 i rifugiati che sono stati trasferiti durante i due anni successivi negli altri Paesi del blocco comunitario. Del totale degli stranieri ricollocati, la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria non ne hanno accolto quasi nessuno. 

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Mariela Langone

di Redazione

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