Tunisia: premier sotto accusa per conflitto di interessi

Pubblicato il 1 luglio 2020 alle 16:06 in Africa Tunisia

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Il primo ministro tunisino, Elyes Fakhfakh, deve far fronte alla pressione delle opposizioni che lo invitano a rassegnare le dimissioni a causa di un presunto conflitto di interessi. Il Ministero dellanticorruzione ha dichiarato, martedì 30 giugno, di aver formato un comitato di controllo pubblico per esaminare la questione e riferire entro tre settimane. Secondo quanto rivelato dallagenzia di stampa Reuters, Fakhfakh avrebbe promesso di dimettersi se gli investigatori dovessero trovare prove che confermino leffettiva violazione delle norme statali. “Il primo ministro ha affermato che se la violazione sarà dimostrata si dimetterà. Ciò significa che cadrà l’intero governo”, ha dichiarato il ministro anticorruzione, Mohamed Abbou.

La discussione ha preso piede nel Paese da quando è diventata sempre più impellente la necessità di riassestare le finanze statali dopo anni di disavanzo e aumento del debito pubblico, questioni che la crisi del coronavirus non ha fatto altro che peggiorare. Fakhfakh è diventato primo ministro della Tunisia a febbraio, in seguito a una serie di tentativi falliti di formare una coalizione di governo.

La scorsa settimana un membro indipendente del Parlamento ha reso pubblici alcuni documenti da cui emerge che diverse società di cui il primo ministro Fakhfakh possiede le quote avrebbero vinto appalti statali per un valore di circa 15 milioni di dollari. Il premier ha dichiarato al Parlamento di essere pronto a dimettersi in caso di accertamento del conflitto di interesse, ma ha specificato che respinge fermamente qualsiasi accusa e ha assicurato di aver venduto già da tempo le sue quote nelle società.

Dal canto suo, la commissione statale anticorruzione ha dichiarato che Fakhfakh non lha mai informata del fatto che le società di cui detiene alcune azioni avessero accordi commerciali con lo Stato. Il capo della commissione, Chawki Tbib, ha affermato, davanti al Parlamento, che i contratti delle imprese con lo Stato dovrebbero essere annullati.

Abd Karim Harouni, un alto funzionario del partito islamico moderato Ennahda, presente nella coalizione di governo e al momento in possesso del maggior numero di seggi in Parlamento, ha fatto sapere che il partito è in attesa dei risultati delle indagini e non si esprimerà fino a quel momento. La coalizione di governo è già da tempo scossa da controversie interne tra i suoi membri, che sostengono ideologie politiche opposte e possiedono opinioni divergenti su questioni chiave, come quella della riforma economica.

Il nuovo governo tunisino, guidato da Fakhfakh, ha ottenuto la fiducia del Parlamento il 26 febbraio. I voti favorevoli sono stati 129 su 217. La squadra di governo è composta da 30 ministri e 2 sottosegretari. Diverse le sfide da affrontare a livello economico, dopo anni di crescita lenta, disoccupazione persistente, deficit pubblico elevato, debito in aumento, inflazione e servizi pubblici in deterioramento. Per affrontare tale situazione, è richiesta una notevole spesa pubblica e riforme politiche sensibili ai sussidi energetici e alle aziende pubbliche.

Il voto del 26 febbraio è arrivato dopo che il Parlamento tunisino, il 10 gennaio, aveva rifiutato di assegnare la fiducia al governo proposto da Habib Jemli, il candidato primo ministro presentato da Ennahda. Il premier designato dal partito islamico non era riuscito a ottenere i voti favorevoli della maggioranza dell’Assemblea, fermandosi a 72 contro i 130 necessari. 

Erano circa 4 mesi che la Tunisia attendeva un nuovo esecutivo. Sin dal mese di ottobre 2019, i diversi partiti politici seduti in Parlamento non erano riusciti a trovare un accordo volto a creare una coalizione, così da proporre un primo ministro e formare un nuovo esecutivo. Il governo uscente ha già attuato tagli per ridurre il deficit pubblico, ma il Fondo Monetario Internazionale e altri istituti di credito stranieri hanno più volte richiesto ulteriori riforme fiscali. Al contempo, i cittadini tunisini hanno mostrato il proprio malcontento verso i servizi pubblici del Paese, considerati peggiori rispetto al periodo pre-rivoluzione del 2011. Ciò ha portato la popolazione ad avere sempre meno fiducia nei confronti delle istituzioni e della classe politica al potere.

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Chiara Gentili

di Redazione

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