India-Cina: incontri al confine

Pubblicato il 1 luglio 2020 alle 12:51 in Cina India

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Il tenente generale a capo dell’armata 14 dell’Esercito indiano, Harinder Singh, e il maggiore a capo della regione militare del Xinjiang del Sud, Liu Lin, si sono incontrati martedì 30 giugno, per la terza volta dal riaccendersi delle tensioni al confine tra Repubblica Popolare Cinese (RPC) e India.  L’incontro è avvenuto all’avamposto di Chushul nei pressi del lago Pangong Tso, dal lato indiano della Linea di Controllo Effettivo (LAC), il confine de facto tra i due Paesi. Stando ai media indiani, anche in questo caso, le parti hanno cercato un’intesa condivisa per la smobilitazione militare e la riduzione delle tensioni al confine. In particolare, l’India avrebbe chiesto il ritiro delle truppe cinesi da varie postazioni e il ripristino dello status quo antecedente agli scontri nella Finger Area, ossia una zona pianeggiate dell’area Aksai Chin, la regione di Gogra e la valle del Galwan.

 Lo scorso 22 giugno, i due si erano già incontrati nel lato cinese della LAC e avevano concordato di allentare le tensioni al confine, dopo gli scontri dello scorso 15 giugno nella Valle del Galwan, che erano risultati nella morte di almeno 20 soldati indiani. Tuttavia, contrariamente a quanto stabilito, le parti sembrerebbero aver aumentato il rispettivo impegno militare nell’area. Stando a quanto riportato dallo Hinduistan Times, l’esercito indiano avrebbe predisposto 6 carri armati lanciamissili di tipo T-90 e sistemi missilistici anticarro a spalla nella valle del Galwan, in previsione del peggior scenario possibile. In precedenza alla decisione indiana, l’Esercito popolare di Liberazione cinese avrebbe stanziato più truppe al confine. Le tensioni lungo la LAC si sono riaccese lo scorso 6 maggio, quando si erano verificati iniziali scontri fisici tra le rispettive truppe, a causa di reciproche accuse di penetrazione nel territorio dell’altro. Il 6 giugno successivo si era tenuto un primo incontro tra i comandanti delle forze impegnate nell’area che sembrava aver ristabilito l’ordine, fino ai fatti del 15 giugno.

Le tensioni al confine hanno causato un’intensificazione del nazionalismo delle rispettive popolazioni e, in India, hanno portato a tentativi di sabotaggio economico contro Pechino, colpendo soprattutto il settore della tecnologia, nel quale la cooperazione sino-indiana è particolarmente attiva e ha portato grandi benefici ad entrambi. Dapprima, la popolazione indiana ha lanciato campagne contro l’acquisto di prodotti a marchio cinese, dopodiché è apparsa un’applicazione in grado di individuare ed eliminare le applicazioni cinesi dai propri smartphone, la “Remove China App”, poi bandita da Google stesso.

Il sabotaggio ha preso una piega formale il 29 giugno, quando il primo ministro indiano, Narendra Modi, ha deciso di mettere al bando 59 applicazioni cinesi tra cui le popolari e molto utilizzate TikTok, Baidu Maps e WeChat. Il giorno precedente, in un discorso al Paese, dopo aver ricordato la morte dei soldati indiani, il premier aveva annunciato che un’India autosufficiente sarebbe stata “un omaggio ai suoi martiri nel senso più vero e profondo”. Stando al Ministero della Tecnologia dell’Informazione indiano, le motivazioni ufficiali per tale decisione sarebbero il fatto che le 59 applicazioni starebbero conducendo attività dannose per la sovranità, l’integrità e la difesa nazionale.

Stando ad un’analisi del The Diplomat, vista la sua potenza economica e militare, difronte alle dispute con Pechino, i Paesi che si trovano nella sua area geografica tendono a ricorrere all’accondiscendenza e non allo scontro, essendo sostanzialmente più deboli, come nel caso dei Paesi del Mar Cinese Meridionale. Tuttavia, nella regione himalayana in particolare, l’India è l’unico Stato che possa contrastare Pechino per potenza militare, essendo anch’essa tra l’altro in possesso di armi atomiche. 

Al contempo, la vicinanza dell’India con il Giappone potrebbe essere un altro elemento per cercare di limitare Pechino. A tal proposito, gli scorsi 27 e 28 giugno, l’India ha tenuto un’esercitazione navale congiunta con il Giappone che, sebbene sia un evento regolare, ha attirato l’attenzione perché, così come Nuova Delhi, anche Tokyo ha dispute territoriali con Pechino nel Mar Cinese Orientale, che si sono riaccese proprio lo scorso 23 giugno in merito alle isole Diaoyu/Senkaku e potrebbero vedere un’accelerazione della militarizzazione da parte cinese anche su tale fronte.

L’india e la RPC si sono ripetutamente scambiate accuse di intrusione nei rispettivi territori lungo il confine condiviso, tuttavia casi di scontri armati tra le parti sono sempre stati rari e, quando si sono verificati, hanno confermato la superiorità cinese. Nel 1962 le dispute di frontiera provocarono una breve guerra tra le parti che iniziò il 10 ottobre di quell’anno e si concluse il successivo 21 novembre, con la vittoria di Pechino che sottrasse all’allora nemico parte del territorio himalayano noto come Aksai Chin. Al centro del conflitto vi era il controllo su tale area e sulla ex North East Frontier Agency, l’attuale Stato indiano dell’Arunachal Pradesh.

Gli scontri finora avvenuti lungo la LAC sono stati solamente fisici, in osservazione di un trattato firmato dalle due potenze nel 1996 che impedisce ad entrambe di aprire il fuoco o detonare esplosivi entro 2 km dalla LAC, fatta eccezione per le esercitazioni. Oltre a prevedere una riduzione della rispettiva presenza militare lungo il confine, l’accordo del 1996 proibirebbe l’impiego anche di armi e mezzi militari come carrarmati e veicoli da combattimento, obici dal calibro superiore ai 75 mm, mortai con un calibro di oltre 120 mm e missili terrestri e aerei.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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