I Paesi dell’ASEAN fanno fronte comune contro la Cina

Pubblicato il 27 giugno 2020 alle 19:15 in Cina Vietnam

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Il Vietnam ha dichiarato che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) del 10 dicembre 1982 dovrebbe essere l’unica base per le rivendicazioni di sovranità nel Mar Cinese Meridionale, parlando a nome dei Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN), di cui detiene la presidenza di turno, in seguito al loro incontro del 26 giugno.

Con tale messaggio del 27 giugno, Hanoi ha rivelato una netta e rara posizione di contrasto comune concordata con i Paesi dell’ASEAN nei confronti delle rivendicazioni di sovranità della Repubblica Popolare Cinese (RPC) su quasi l’intero Mar Cinese Meridionale. Nonostante il coronavirus sia stato il tema principale dell’incontro virtuale dei 10 Paesi membri, ovvero Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Birmania, Laos, Cambogia e Vietnam, le recenti mosse di Pechino nelle acque contese li hanno spinti a fare fronte comune e ad adottare una posizione di contrasto.

Nel mese di aprile 2020 la RPC ha intrapreso quattro azioni che hanno messo in allerta i Paesi vicini. Innanzi tutto, il 3 aprile nei pressi delle isole Paracelso, la Guardia costiera cinese ha affondato un peschereccio vietnamita sostenendo che esso si trovasse all’interno della propria zona di competenza. In secondo luogo, il 15 aprile, la nave da ricognizione cinese Haiyang Dizhi 8 è stata avvistata dapprima nelle acque territoriali vietnamite, e poi, il 17 aprile, in quelle malesi, dove è stata scortata da 10 navi militari della Marina dell’Esercito popolare di Liberazione (EPL) e della Guardia costiera cinesi, mentre osservava la nave perforatrice West Capella che stava eseguendo trivellazioni nell’area per conto di un’azienda malese. In terzo luogo, il 18 aprile, Pechino ha istituito unilateralmente due unità amministrative in due isole facenti parte, rispettivamente, degli arcipelaghi delle Paracelso e delle Spratly. Infine, durante il mese di Aprile la Marina del EPL ha eseguito più esercitazioni nelle acque contese con la portaerei Liaoning e l’aviazione. In seguito a tali azioni gli USA hanno incolpato la RPC di aver approfittato della distrazione dovuta alla pandemia di coronavirus per procedere con la militarizzazione del Mar Cinese Meridionale.

La reazione congiunta del 27 giugno, ha anticipato quali saranno le posizioni durante i negoziati ASEAN-RPC per la definizione del Codice di Condotta (COC) del Mar Cinese Meridionale, che potrebbero riprendere dal prossimo primo luglio e dovrebbero stabilire una data per la seconda lettura del progetto unico di testo di negoziato del COC. Tale documento è particolarmente rilevante perché dovrebbe porre le basi per stabilire un meccanismo di risoluzione delle dispute legate alle acque del Mar Cinese Meridionale e dovrebbe essere ultimato nel 2021. La compattezza dei Paesi dell’ASEAN è stata una manifestazione di unità rara rispetto alla RPC, nei confronti della quale i Paesi asiatici hanno quasi sempre adottato atteggiamenti indipendenti di accondiscendenza difronte alle sue pretese. Nessuno di essi è in grado di sostenere da solo la pressione economica e militare che Pechino potrebbe esercitare e per questo sono quasi sempre costretti a cedere al suo volere.

Con la dichiarazione odierna in cui ha fatto riferimento alla UNCLOS, inoltre, l’ASEAN ha voluto rievocare una disputa persa dalla RPC contro le Filippine che la aveva denunciata in seguito alla costruzione di isole artificiali nelle acque contese. La convenzione definisce diritti e le responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani e, in particolare, delinea i limiti delle zone economiche esclusive in cui gli Stati costieri hanno il diritto esclusivo sullo sfruttamento delle risorse ittiche ed energetiche. Il 12 luglio 2016, proprio sulla sua base la Corte internazionale di giustizia dell’Aia aveva invalidato le fondamenta stesse su cui si fondano le odierne rivendicazioni della RPC sul Mar Cinese Meridionale, note come linea dei 9 tratti. La RPC, oltre ad essersi rifiutata di partecipare all’intero processo, iniziato nel 2013, aveva definito il suo esito uno scandalo e per tanto non lo ha mai preso in considerazione.

Per Pechino, la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale deriva da presupposti storici e, in particolare, da una mappa pubblicata il primo dicembre 1947 dall’allora Repubblica di Cina in cui con nove tratti si delimitava la sovranità cinese sulle acque, includendole quasi per intero. In tale spazio sono presenti più arcipelaghi tra cui le Paracelso, le Spratly, le Pratas, le Macclesfield e le Scarborough che sono stati teatro di rivendicazioni opposte da parte dei Paesi circostanti. Negli ultimi anni, su alcune di tali isole la RPC ha istallato sistemi missilistici e tre passerelle per atterraggi militari e lo scorso dicembre, per la prima volta, ha notificato formalmente alle Nazioni Unite il proprio diritto di sovranità su tutte le isole del Mar Cinese Meridionale.

La RPC e Taiwan rivendicano in toto l’autorità su tali acque che sono, tuttavia, contese anche da Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, sebbene solo parzialmente. In esse transitano fiorenti rotte commerciali e sono ricche di giacimenti minerari. Gli USA sono militarmente presenti nell’area e rappresentano l’unica forza armata in grado di limitare l’egemonia cinese.

 A tal proposito, Washington ha legami con tutti i Paesi coinvolti ed è, ad esempio, il primo venditore d’armi di Taiwan, un alleato militare delle Filippine, dove è presente militarmente in base all’accordo   Visiting Forces Agreement (VFA), un partner economico della Malesia, con la quale collabora anche in materia di sicurezza, e, allo stesso modo, intrattiene un rapporto di cooperazione con il Brunei. Il Vietnam ha relazioni strategiche sia con Washington sia con Pechino ma non ha alleanze militari formali e, per questo, potrebbe essere l’ago della bilancia per l’equilibrio nell’area.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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