Sudan: 1,5 miliardi di dollari di aiuti per la ripartenza economica

Pubblicato il 26 giugno 2020 alle 13:02 in Africa Sudan

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I Paesi arabi e occidentali hanno promesso al Sudan 1,5 miliardi di dollari per aiutare Khartoum ad alleviare una crisi economica che sta ostacolando la transizione verso la democrazia. Durante una conferenza promossa da Berlino, giovedì 25 giugno, l’Unione Europea ha promesso 312 milioni di euro, gli Stati Uniti 356 milioni di dollari, la Germania 150 milioni di euro e la Francia 100 milioni di euro. I finanziamenti saranno destinati a vari progetti specifici, tra cui trasferimenti di denaro alle famiglie più povere grazie anche all’intermediazione della Banca mondiale. Il Regno Unito, dal canto suo, ha promesso 186 milioni di dollari e gli Emirati Arabi Uniti 300 milioni. Lo schema degli aiuti alle famiglie è stato pensato per compensare i tagli ai sussidi e al carburante che impegnano annualmente le casse del Sudan al pagamento di circa 3 miliardi di dollari.

Il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, sta cercando di ottenere un maggiore sostegno a livello internazionale. Il premier ha avvertito che, senza un supporto finanziario esterno, l’instabilità rischia di diffondersi attraverso le regioni dell’Africa orientale e nord-orientale.

“Ci aspettiamo che i nostri partner ci supportino per una transizione di successo”, ha affermato Hamdok. “Non voglio dipingere un quadro roseo. Ogni transizione è disordinata e ci sono così tante sfide”, ha sottolineato. L’inflazione ha superato il 100% annuo il mese scorso e la valuta del Sudan è scesa, sul mercato nero, a 141 rispetto al dollaro statunitense. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto aiuti “massicci”, affermando che la regione ha bisogno di un Sudan stabile e democratico. Finora, tuttavia, gli impegni sottoscritti risultano di gran lunga inferiori agli 8 miliardi di dollari di aiuti che Hamdok aveva richiesto, nell’agosto 2019, per invertire la crisi economica e permettere una ripresa della crescita.

Il regime di cassa familiare è visto come la chiave per attenuare il colpo derivante dalla rimozione di carburante e altri sussidi richiesti dagli aspiranti donatori occidentali e che costano circa 3 miliardi di dollari all’anno.

Nel 1997, Washington ha imposto per la prima volta una serie di sanzioni economiche contro il Sudan e le ha poi rafforzate un anno dopo, in seguito agli attacchi contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania. Successivamente, nel 2007, gli Stati Uniti sono tornati a imporre ulteriori sanzioni dopo lo scoppio del conflitto civile nella provincia occidentale del Darfur. Solo nell’ottobre 2017, con l’amministrazione dell’ex presidente Barack Obama, gli USA hanno revocato alcune delle sanzioni economiche, ma la cancellazione del Sudan dell’elenco americano degli Stati sponsor del terrorismo non è ancora avvenuta.

Il Sudan è stato inserito nell’elenco americano degli Stati sponsor del terrorismo nel 1993, con l’accusa di sostenere le organizzazioni jihadiste. In particolare, al Paese è stata imputata la colpa di aver offerto rifugio e protezione all’ex leader della rete qaedista, Osama bin Laden. Gli Stati Uniti insistono affinché Khartoum ammetta la sua presunta complicità e risolva le azioni legali con i parenti delle vittime americane degli attentati commessi da al-Qaeda in Africa orientale. Queste le condizioni di base cui il Sudan deve adeguarsi per essere rimosso dalla lista americana di Stati sponsor del terrorismo e per fare in modo che gli vengano sollevate le sanzioni. Finché non sarà rimosso dall’elenco, Khartoum non potrà accedere alle procedure per la riduzione del debito e ai finanziamenti concessi dagli istituti di credito internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale.

In Sudan, dopo mesi di proteste, vige attualmente un governo di transizione, il cui leader è il premier Abdalla Hamdok. Le manifestazioni contro il vecchio regime erano iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi avevano portato al rovesciamento dell’ex presidente, Omar al Bashir, estromesso dal potere l’11 aprile 2019, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese aveva dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo il generale Abdel-Fattah Al-Burhan. I manifestanti, tuttavia, continuavano a scendere nelle strade della capitale per protestare e chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio 2019 e, in base a quanto stabilito nel trattato, il nuovo governo, a composizione mista, avrebbe dovuto guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario.

Il nuovo primo ministro del Sudan ha prestato giuramento, il 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti.

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Chiara Gentili

di Redazione

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