Italia: 28 migranti della Sea Watch positivi al coronavirus

Pubblicato il 25 giugno 2020 alle 20:28 in Immigrazione Italia

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Dei 209 migranti recuperati dalla ONG tedesca Sea Watch e messi in quarantena sulla nave italiana “Moby Zaza” 28 sono risultati positivi al coronavirus. L’esito dei tamponi è stato comunicato mercoledì 24 giugno, secondo quanto reso noto dall’agenzia di stampa italiana Ansa. Il primo richiedente asilo risultato positivo era già stato ricoverato, il giorno prima, presso il reparto di Malattie infettive dell’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta.

I migranti, salvati dalla Sea Watch 3 tramite tre operazioni separate, avvenute tra il 17 e il 19 giugno, sono stati traferiti il 21 giugno a Porto Empedocle, in Sicilia, per completare le due settimane di quarantena a bordo della Moby Zaza. L’operazione di trasferimento è avvenuta in conformità con le misure adottate a causa dell’emergenza coronavirus. “Tutti i migranti sono stati sottoposti fin dal loro arrivo alle procedure previste dalle linee guida sul sistema di isolamento protetto elaborate dalla direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute”, hanno assicurato fonti del Viminale.

Più in dettaglio, il primo aprile, il Ministero degli Interni italiano ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui ha invitato i centri di accoglienza a garantire che tutti i migranti, compresi quelli che non possono rimanere più a lungo nelle strutture, rimangano nei luoghi assegnati, al fine contenere la diffusione del virus. Inoltre, il Ministero ha ricordato quali sono le procedure necessarie da seguire quando arrivano i migranti. Dopo lo sbarco, i richiedenti asilo devono essere sottoposti a screening da parte del personale sanitario, che deve verificare l’eventuale infezione da parte del nuovo coronavirus. In seguito, i migranti devono essere messi in quarantena per 14 giorni e, solo dopo aver ultimato il periodo di isolamento, possono essere trasferiti in un’altra struttura. Inoltre, il Ministero ha ricordato che i volontari e il personale delle strutture hanno il compito di informare i migranti sui rischi che emergono dalla diffusione del nuovo coronavirus e su come prevenire il contagio.

Il 7 aprile, l’Italia aveva chiuso i suoi porti alle navi delle ONG per l’intera durata dell’emergenza sanitaria nazionale, dichiarando che non potevano essere più considerati sicuri a causa dell’epidemia di coronavirus. “Per tutta la durata dell’emergenza sanitaria nazionale causata dalla diffusione del COVID-19, i porti italiani non possono garantire i requisiti necessari per essere definiti e classificati come porti sicuri”, aveva dichiarato il decreto governativo. L’emergenza nazionale, secondo la disposizione, avrebbe dovuto protrarsi fino al 31 luglio. La norma, nello specifico, riguardava “i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area SAR (ricerca e soccorso) italiana”.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), 227 persone sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale dall’inizio dell’anno, un numero in leggera discesa rispetto alle 358 dello stesso periodo del 2019. Nonostante la pandemia, come notato dall’agenzia, i migranti continuano a fuggire dalla Libia per raggiungere l’Europa. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani criticano aspramente la pratica di ricondurre nel Paese nordafricano quelli che vengono soccorsi al largo delle sue acque, sostenendo che nei centri di detenzione libici i migranti sono costretti ad affrontare gravi maltrattamenti.

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Chiara Gentili

di Redazione

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