Kurdistan: Salih cerca soluzioni, le guardie iraniane si mobilitano

Pubblicato il 24 giugno 2020 alle 15:11 in Iran Iraq

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Mentre il presidente iracheno, Barham Salih, ha accolto, a Baghdad, una delegazione di Erbil, con il fine di discutere delle questioni lasciate ancora in sospeso, le Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane (IRGC) hanno minacciato di attaccare le basi curde nella regione del Kurdistan.

In particolare, un generale di brigata delle IRGC, Mohammad Pakpour, comandante delle forze di terra superiori, il 23 giugno, ha annunciato l’avvio di un’esercitazione nella provincia del Kurdistan, dalla zona di confine vicino a Penjwen alle vette di Chehelcheshma, ed ha minacciato di colpire i gruppi curdi, nel caso in cui questi mettano in pericolo per l’Iran. A detta del generale, l’obiettivo dell’esercitazione è colpire i “terroristi”, con riferimento al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che continuano a costituire una minaccia nel Nord dell’Iraq e al confine con l’Iran. Non da ultimo, altra zona oggetto di manovre militari è Marivan, nel Kurdistan iraniano, dove le guardie iraniane hanno riferito di aver mobilitato forze sia terrestri sia aeree, oltre a squadre speciali.

Uno degli ultimi attacchi aerei perpetrato da Teheran contro le postazioni del PKK risale al 16 giugno ed ha riguardato, in particolare, l’area curdo- irachena di Haji Omaran, al confine con l’Iran. Nel frattempo, la Turchia continua a portare avanti la propria operazione “Claw-Tiger”, ovvero “Artiglio di tigre”, lanciata il 17 giugno, e anch’essa diretta contro i gruppi curdi stanziati nelle aree settentrionali irachene.

Parallelamente, il governo del Kurdistan deve far fronte a divergenze con il governo centrale di Baghdad. Già il 6 aprile scorso, l’esecutivo iracheno, allora ancora provvisorio, aveva deciso di non erogare gli stipendi di circa 300.000 impiegati curdi, a seguito del mancato adempimento all’accordo in ambito petrolifero del 27 novembre 2019, con cui Erbil si era impegnata a fornire a Baghdad 250.000 barili di petrolio al giorno da vendere attraverso la National Oil Company. Secondo fonti politiche irachene, la decisione di Baghdad mirava ad esercitare pressione sui leader di Erbil, affinchè consentissero al premier Mustafa al-Kadhimi di realizzare la squadra di governo, senza porre opposizioni.

Al momento, l’esecutivo di Baghdad risulta essere completato e, il 23 giugno, il capo di Stato Salih ha incontrato una delegazione curda per discutere delle questioni lasciate tuttora in sospeso, relative a stipendi e petrolio. A seguito dell’incontro, in un comunicato diffuso dall’ufficio stampa della presidenza il 24 giugno, il presidente iracheno ha evidenziato la necessità di giungere ad una soluzione delle controversie in modo trasparente. Tuttavia, questa può essere raggiunta solo attraverso una comunione di intenti, nell’interesse dell’intero Paese e preservando i diritti di tutta la popolazione irachena.

Circa i rapporti tra Baghdad ed Erbil, risale al 25 settembre 2017 il referendum con cui la popolazione curda è stata chiamata alle urne per decidere se ottenere una completa indipendenza dall’Iraq. Sebbene il 93% degli elettori si fosse pronunciato a favore, il governo centrale di Baghdad ha rifiutato di riconoscere la validità del voto, reprimendo l’ondata separatista. A essere contrari erano anche altri Paesi, Turchia in primis, preoccupata dalla minoranza curda presente all’interno dei suoi stessi confini, oltre a Stati Uniti e Iran.

Per quanto riguarda la disputa sulle entrate petrolifere, il Governo regionale del Kurdistan (KRG) agisce in modo indipendente per quanto riguarda petrolio e gas dal 2006, esportando il proprio petrolio sul mercato internazionale attraverso un gasdotto che passa per la Turchia. Ciò si era verificato dopo anni di tensioni conclusesi nel 2014, quando l’allora primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, decise di sospendere la condivisione della quota del bilancio federale della regione del Kurdistan, lasciando centinaia di migliaia di dipendenti del settore pubblico con stipendi non pagati. Una decisione a cui i cittadini reagirono scendendo in piazza a manifestare.

Nello stesso anno, i Peshmerga curdi presero il controllo della sicurezza nel territorio conteso di Kirkuk, permettendo al KRG di prendere anche il controllo dei giacimenti petroliferi della provincia. Successivamente, con la conquista dell’area da parte delle forze irachene nel 2017, il KRG perse circa la metà delle sue entrate petrolifere, costringendo il governo a sospendere le esportazioni attraverso la Turchia per diversi mesi. La situazione è tornata alla normalità solo nel marzo del 2018, dopo l’insediamento a Baghdad del premier Adel Abdul Mahdi e con l’accordo che prevede la consegna di barili in cambio di fondi statali.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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