Cina-USA: nel Mar Cinese Meridionale necessario dialogo

Pubblicato il 24 giugno 2020 alle 13:52 in Cina USA e Canada

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Il presidente dell’Istituto nazionale per gli Studi sul Mar Cinese Meridionale(NISCSS), Wu Shicun, in seguito alla pubblicazione del report sulla presenza militare americana nell’Asia-Pacifico,”The US Military Presence in the Asia-Pacific 2020″, ad opera dello stesso istituto che dirige il 23 giugno, ha dichiarato che il rischio di un conflitto militare sino-americano nel Mar Cinese Meridionale è più alto che mai, data la pressoché assente comunicazione tra le forze armate dei due Paesi. Per tale ragione, lo studioso cinese ha invocato la ripresa dei dialoghi anche in tale ambito, in cui sono intrattenuti per mezzo di una linea diretta tra i due Ministeri della Difesa e un meccanismo di dialogo tra gli eserciti.

Il report pubblicato dal NISCSS ha documentato la presenza militare americana nella regione dell’Asia-Pacifico durante la presidenza di Donald Trump ed è stato suddiviso in 5 capitoli che analizzano rispettivamente l’evoluzione della politica di sicurezza USA nell’Asia-Pacifico, la presenza militare americana nell’area, le recenti attività delle forze armate di Washington , i suoi legami di sicurezza con altri attori della regione e il cambiamento  nelle relazioni militari USA-Cina.  Secondo Wu, le tensioni esistenti tra Washington e Pechino su più temi hanno portato ad una reciproca sfiducia a livello politico e alla conseguente chiusura di molteplici canali di comunicazione intergovernativi, tra cui quello militare. Wu e altri esperti ritengono però che esso sia l’unico mezzo disponibile per appianare le tensioni tra USA e Repubblica Popolare Cinese (RPC) rispetto alla questione del Mar Cinese Meridionale e per evitare la nascita di un conflitto. In particolare, stando al report, il declino dei dialoghi tra i rispettivi eserciti sarebbe da ricondurre al 2018.

In quell’anno, gli Stati Uniti hanno ritirato un invito, precedentemente esteso anche alla RPC, per partecipare alla più ampia esercitazione navale al mondo, nota come Rim of the Pacific Excercise (RIMPAC), tenutasi il 23 maggio 2018, a causa della militarizzazione da parte cinese delle isole Spratly, nel Mar Cinese Meridionale, con sistemi missilistici e con l’atterraggio di un cacciabombardiere. Tra i Paesi asiatici con interessi in quell’area specifica, avevano preso parte all’esercitazione Singapore, le Filippine, la Malesia, il Brunei e, per la prima volta, il Vietnam. L’evento militare ha cadenza biennale e si tiene ad Honolulu su iniziativa del Comando statunitense nel Pacifico, nel 2020 si terrà dal 17 al 31 agosto. Oltre a tale incidente diplomatico, nel settembre dello stesso 2018, i cacciatorpedini americano Decatur e cinese Lanzhou avevano sfiorato la collisione arrivando a 41 metri di distanza proprio nei pressi delle isole Spratly, dove la flotta americana stava eseguendo un’esercitazione di “libertà di navigazione”.

Secondo un professore di relazioni internazionali dell’Università di Nanchino, Zhu Feng, i meccanismi di dialogo esistenti tra le rispettive forze armate non sono sufficienti per tenere sotto controllo tutti i possibili incontri tra le rispettive forze armate e le parti dovrebbero trovare soluzioni più efficaci per gestire eventuali crisi. A detta di Zhu, gli incontri avvenuti nell’ultimo periodo nel Mare Cinese Meridionale e, in particolare, nello stretto di Taiwan non sono stati fortuiti ma intenzionali e per questo è necessaria la ripresa del dialogo. L’ultimo incontro tra i funzionari dell’Esercito di Liberazione Popolare Cinese e la controparte del comando dell’Indo-Pacifico americano risale al 2017 e per il professore dell’Università di Nanchino adesso è quanto mai necessario istituire un “meccanismo di conoscenza” reciproca.

Il Mar Cinese Meridionale rappresenta un punto critico nelle relazioni tra Pechino e molti Stati del Sud-Est asiatico. La RPC e Taiwan rivendicano pressoché in toto l’autorità su tali acque che sono, tuttavia, contese anche da Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, sebbene solo parzialmente. In esse transitano fiorenti rotte commerciali e sono ricche di giacimenti minerari.

In tale scenario, la presenza militare americana è l’unica forza armata in grado di limitare l’egemonia cinese. A tal proposito, Washington ha legami con tutti i Paesi coinvolti. Ad esempio, seppur non vi intrattenga rapporti formali, è il primo venditore d’armi di Taiwan, che, a sua volta, si dichiara formalmente Repubblica di Cina (ROC) ma è considerata da Pechino una sua provincia. Gli USA sono poi un alleato militare delle Filippine, dove sono ancora presenti con l’accordo   Visiting Forces Agreement (VFA), sebbene il presidente filippino, Rodrigo Duterte, abbia minacciato di terminalo, lo scorso 11 febbraio. Wahington è poi un partner economico della Malesia con la quale collabora anche in materia di sicurezza, supportando il Paese nell’addestramento militare e navale e, allo stesso modo, intrattiene un rapporto di cooperazione con il Brunei. Il Vietnam ha relazioni strategiche sia con Washington sia con Pechino ma non ha alleanze militari formali e, per questo, potrebbe essere l’ago della bilancia per l’equilibrio nell’area. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

 

 

di Redazione

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