I rischi per l’Italia in Libia

Pubblicato il 23 giugno 2020 alle 10:42 in Il commento Italia

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In Libia è accaduto un fatto straordinario: il governo di Tripoli, prossimo a cadere, ha rotto l’assedio e marcia agguerrito verso Sirte. È infatti straordinario che un blocco composto da Russia, Francia, Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, sia stato costretto ad arretrare. Sono questi i Paesi che hanno fornito appoggio politico, economico e militare, al generale Haftar quando, il 4 aprile 2019, prese la tragica decisione di marciare verso Tripoli. Nessuno aveva immaginato un simile ribaltamento delle posizioni in un lasso di tempo così breve, nemmeno Trump che, colto di sorpresa, sta cercando in tutti i modi di arrestare l’avanzata dell’esercito di Tripoli verso Sirte. Il fattore che ha spiazzato tutti è stato la Turchia. Erdogan è rimasto per mesi a osservare gli sviluppi senza muovere un dito, ma poi il governo di Tripoli, giunto alla disperazione, ha rivolto una richiesta di aiuto formale alla Turchia, che ha inviato uomini e mezzi in poche ore. E così la Libia è diventata uno degli scenari più avvincenti della politica internazionale, dove tutto può accadere. L’importante è che non accada ciò che è contrario agli interessi nazionali dell’Italia, che non riceve buone notizie. Il presidente dell’Egitto, il generale al Sisi, ha tenuto un discorso all’esercito, dal quale emerge chiaramente che si sta preparando a sfondare il confine libico sul versante di Tobruk per difendere Sirte, che ha definito una “linea rossa”. Per parlar chiaro, l’Egitto e la Turchia rischiano di scontrarsi davanti alla Sicilia.  Questa sarebbe una sciagura per l’Italia per molte ragioni. Ci limiteremo a elencarne tre. 

In primo luogo, uno scontro tra la Turchia e l’Egitto sarebbe un grave danno d’immagine per l’Italia. Occorre infatti sapere che Craxi impedì agli Stati Uniti di fare una guerra in Libia nel 1986 perché, così disse, “non voglio una guerra a casa mia”. Anche Conte ha fatto la stessa affermazione, con la differenza che in Libia c’è una brutta guerra e questo vuol dire che l’Italia non è riuscita ad impedirla. La comunità internazionale ragiona in questo modo: “Se l’Italia ha impedito una guerra in Libia nel 1986, ma non nel 2020, vuol dire che ha perso molta influenza nel Mediterraneo”. È dunque urgente che il governo italiano operi, con tutte le sue forze diplomatiche, per impedire che l’esercito egiziano e quello turco si scontrino in Libia. In secondo luogo, uno scontro tra la Turchia e l’Egitto trasformerebbe la Libia in un inferno ben peggiore di quello che vediamo bruciare in queste ore. Se, infatti, l’Egitto perdesse lo scontro, cosa probabile, considerato che la Turchia ha il secondo esercito più grande della Nato, Putin scenderebbe in campo al fianco dell’Egitto. Il presidente della Russia ha già inviato otto aerei da guerra per difendere Sirte, anche da lui definita una “linea rossa” da non valicare. In terzo luogo, l’Italia sta rischiando di ritrovarsi con una guerra in Libia che potrebbe coinvolgere tre potenze, Russia, Turchia ed Egitto, con cui ha un interesse strategico ad avere ottimi rapporti. Sarebbe pressoché impossibile al governo Conte rimanere neutrale, visto che gli interessi nazionali dell’Italia a Tripoli sono enormi. I rapporti dell’Italia con l’Egitto sono solidi e tali devono rimanere, caso Regeni permettendo. Lo stesso discorso vale per i rapporti con la Russia, di cui l’Italia è il maggior alleato nell’Unione Europea, e con la Turchia, con cui Conte ha bisogno di costruire una relazione strategica perché Erdogan, sia chiaro, da Tripoli non andrà più via. L’Italia dovrà coabitare con la Turchia in Tripolitania. Prima lo si capisce, meglio è. Si ricordi, infatti, che la Turchia, tolti i cavilli, sta operando nel rispetto del diritto internazionale. Il governo di Tripoli gode di legittimità internazionale e ha chiesto aiuto militare alla Turchia, che lo sta offrendo in modo altrettanto legittimo. Lo stesso fenomeno si è verificato in Siria, quando Assad, prossimo a cadere, aveva chiesto aiuto alla Russia, accorsa in suo aiuto nel settembre 2015. La domanda sorge spontanea: dopo le dichiarazioni dell’Egitto, che cosa sta facendo il Ministero degli esteri italiano?

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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