Siria: nessun freno per gli attentati dell’ISIS

Pubblicato il 22 giugno 2020 alle 9:02 in Medio Oriente Siria

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L’esercito siriano è stato vittima di un nuovo attentato dell’ISIS, definito “mordi e fuggi”, che ha causato la morte di almeno 8 soldati.

Secondo quanto riportato da al-Arabiya, l’attacco si è verificato all’alba del 21 giugno nella desertica Badia siriana e, nello specifico, presso la città di al-Mayadin, nella periferia Sud di Deir Ezzor. Ad essere colpite sono state le postazioni occupate dalle forze dell’esercito siriano e dai gruppi, anche filo-iraniani, ad esse affiliati. Per diverse ore, i membri dello Stato Islamico e l’esercito siriano si sono scontrati nella aree circostanti, tra cui la zona rurale di al-Mzari’a, causando la morte di circa 8 soldati, mentre altri 3 sono stati catturati. Al-Mzari’a è occupata prevalentemente da milizie iraniane o filo-iraniane, affiliate, a loro volta, alle forze del presidente siriano, Bashar al-Assad. È probabile che l’attacco del 21 giugno sia stato lanciato a partire dalle aree desertiche di Homs, rifugio per centinaia di terroristi dell’ISIS.

Negli ultimi mesi, sia la Siria orientale sia l’Iraq hanno assistito ad un aumento dell’attività terroristica. Per quanto riguarda il primo Paese, attacchi, bombardamenti e imboscate hanno riguardato soprattutto l’area dell’Eufrate occidentale, della valle di Deir Ezzor, oltre a Raqqa, Homs e As-Suwayda, e tra i principali obiettivi vi sono state le Syrian Democratic Forces (SDF), le quali hanno svolto in passato un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai militanti jihadisti. Non da ultimo, il 10 giugno scorso, le SDF hanno affermato di aver terminato la prima fase di un’operazione su vasta scala, volta a contrastare le cellule dello Stato Islamico ancora attive nel Nord-Est della Siria, in collaborazione con le forze della coalizione internazionale anti-ISIS.

L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) ha riferito che, dal 24 marzo 2019 al 21 giugno 2020, il bilancio delle vittime causate da attentati dell’ISIS in Siria include almeno 570 membri delle forze di Assad e dei gruppi affiliati, tra cui almeno 2 russi e 127 di provenienza iraniana, uccisi a seguito di attacchi, bombardamenti e imboscate perpetrati dallo Stato Islamico. Non da ultimo, il SOHR ha altresì documentato l’uccisione di 4 civili e 11 pastori, mentre, nel medesimo periodo, sono 212 i terroristi dell’ISIS morti nel corso dei diversi attentati.

Il 23 marzo 2019, le SDF avevano annunciato ufficialmente la conquista dell’ultima enclave posta sotto il controllo dell’ISIS, Baghouz, nell’Est della Siria. In questo modo, si poneva fine al califfato jihadista autoproclamatosi il 29 giugno 2014. Tuttavia, la minaccia posta dall’ISIS non è stata mai del tutto sconfitta. Il Country Report on Terrorism 2018 include la Siria tra gli Stati sponsor del terrorismo ed evidenzia come il regime, anche nel corso del 2018, abbia continuato a fornire armi e sostegno politico ad Hezbollah, consentendone il riarmo anche da parte dell’Iran. Tuttavia, allo stesso tempo, il regime si è autodefinito una vittima del terrorismo, considerando i gruppi ribelli i principali responsabili di tale fenomeno.

Dal 15 marzo 2011 la Siria è poi testimone di una guerra civile iniziata da una rivolta popolare, alimentata da due blocchi politico-militari. Il primo, sostenitore del presidente siriano Assad, è rappresentato da Russia, Iran e milizie libanesi di Hezbollah. In tale contesto, è subentrato l’ISIS, la cui autoproclamazione è avvenuta il 29 luglio 2014. Gli Stati Uniti sono intervenuti nel conflitto siriano attraverso l’operazione Inherent Resolve, la missione militare statunitense contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, avviata il 15 giugno 2014, dopo la richiesta ufficiale di sostegno avanzata dal governo iracheno.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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