L’Oman pronto a costruire il maggiore impianto di stoccaggio di petrolio

Pubblicato il 22 giugno 2020 alle 17:42 in Medio Oriente Oman

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L’Oman mira a costruire il maggiore impianto di stoccaggio di petrolio in Medio Oriente presso Duqm, città portuale che si affaccia sul Mar Arabico.

Il piano era stato presentato nel 2013 da parte della Oman Tank Terminal Co. (OTTCO), ma soltanto negli ultimi giorni la compagnia ha riferito di aver quasi terminato la costruzione di otto serbatoi volti ad immagazzinare il greggio della raffineria di Duqm, per una quantità pari a circa 5,7 milioni. Tuttavia, i lavori non sono terminati e si prevede che le prossime operazioni permetteranno di aumentare la capacità dell’impianto di almeno 25 milioni di barili. In totale, l’impianto dovrebbe essere in grado di immagazzinare circa 200 milioni di barili. Duqm è stata definita dal Sultanato stesso il prossimo centro industriale del Paese, che verrà altresì conosciuta come Zona Economica Speciale. Ciò ha reso l’area la destinazione di investimenti pari a circa 15 miliardi di dollari, per progetti riguardanti strutture e infrastrutture in ambito petrolchimico. Pertanto, costituirà uno degli esempi più rilevanti di tal tipo in Medio Oriente e Nord Africa.

Parallelamente, l’area ospita il cosiddetto “parco petrolifero di Ras Markaz”, il quale potrebbe fornire un’alternativa ai commercianti di petrolio ed energia e agli esportatori desiderosi di evitare lo stretto di Hormuz, un punto di passaggio più volte oggetto di tensioni negli ultimi anni. Secondo Alan Gelder, vicepresidente per i mercati della raffinazione, dei prodotti chimici e del petrolio presso Wood Mackenzie Ltd, anche l’Iraq e il Kuwait potrebbero trovare in Duqm un luogo idoneo per depositare il proprio greggio al di fuori del Golfo.

Inoltre, è stata proprio la pandemia di coronavirus e la conseguente crisi della domanda di petrolio dei mesi di marzo e aprile 2020 ad aver messo in luce l’importanza di un impianto di stoccaggio come quello di Duqm. In tale periodo, sono stati numerosi i commercianti ed i produttori che hanno faticato a trovare abbastanza spazio per il greggio rimasto invenduto, e si sono spesso visti costretti a trasformare le navi cisterna in magazzini improvvisati. I piani di OTTCO dipendono, però, dalla ricerca di co-finanziatori e di aziende disposte ad utilizzare l’impianto. Come sottolineato da Robin Mills, fondatore della società di consulenza Qamar Energy, a poter scoraggiare gli investitori vi è, da un lato, la sicurezza precaria delle spedizioni marittime presso lo Stretto di Hormuz, visti i molteplici attacchi e sequestri verificatisi nel 2019, e, dall’altro lato, un sistema finanziario omanita ulteriormente indebolito dalla pandemia di Covid-19.

A tal proposito, si prevede che il deficit di bilancio del Sultanato aumenterà fino al 17% del prodotto interno lordo nel 2020. Muscat, dal canto suo, ha stanziato circa 350 milioni di dollari nella prima fase di costruzione della zona economica speciale di Duqm, dove si trova Raz Markaz. Un altro finanziatore rilevante è stato poi rappresentato dalla Asian Infrastructure Investment Bank, il cui principale azionista è la Cina. Al momento, la sfida più imminente è far fronte all’isolamento subito a causa della presenza di casi positivi al coronavirus, iniziato il 13 giugno scorso, e che ha rappresentato un ulteriore ostacolo per i lavori stessi.

Circa il settore petrolifero omanita, secondo gli ultimi dati pubblicati dal National Center for Statistics and Information (NCSI) resi noti il 28 aprile, la produzione del Sultanato, compresi i condensati, si è attestata a 90.84 milioni di barili fino alla fine di marzo 2020, con una media giornaliera pari a 998.3 barili, contro 970.5 barili nello stesso periodo del 2019. Per quanto riguarda le esportazioni, la Cina si è confermata come destinatario principale, importando dall’Oman 61.26 milioni di barili di greggio. A seguire, vi sono l’India e il Giappone.

Secondo la società britannica British Petroleum (BP), Muscat rappresenta il maggiore produttore di petrolio in Medio Oriente al di fuori dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC). Tuttavia, l’agenzia di rating Moody’s ha posto la posizione creditizia del Sultanato tra le posizioni dei livelli ad alto rischio, declassando il Paese da Ba1 a Ba2. Ciò, è stato spiegato, è stato dovuto principalmente al calo della forza finanziaria del Paese, come dimostrato dall’aumento del debito pubblico e dalle deboli misure prese per sostenere tale debito. Già prima dello scoppio della pandemia, il debito nazionale era aumentato da soli 4 miliardi di dollari nel 2014 a circa 50 miliardi nel 2019, e Standard & Poor’s aveva previsto un deficit di bilancio per il 2022 all’8,7% del prodotto interno lordo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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