L’Europa non sa che Hong Kong è il male minore

Pubblicato il 22 giugno 2020 alle 11:10 in Hong Kong Il commento

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Dopo tanti tentativi falliti, Trump sta finalmente portando l’Europa dalla sua parte contro la Cina. Per la prima volta dal suo arrivo alla Casa Bianca, un blocco europeo inizia a delinearsi all’orizzonte. Il Parlamento europeo ha infatti invitato l’Unione Europea a portare Pechino davanti alla Corte internazionale di giustizia, se davvero approvasse la legge sulla sicurezza nazionale con cui intende sottoporre Hong Kong al proprio dominio incontrastato. La risoluzione è stata approvata a larga maggioranza: 565 voti contro 34 e 62 astenuti. Lo scenario che si dischiude è preoccupante. La Cina non può fare marcia indietro e dobbiamo dare per scontato che, a settembre 2020, la legge tanto contestata sarà approvata. Il tribunale dell’Aia non può fermare l’ascesa di una potenza nucleare. L’abbiamo già visto con la sentenza dell’Aia sui confini del Mar Cinese Meridionale del luglio 2016. I giudici dell’Aia hanno dato ragione alle Filippine, ma la Cina non ha riconosciuto la sentenza che, infatti, ignora totalmente. Il vero problema per la pace nel mondo non è Hong Kong, ma Hong Kong più una grande quantità di fronti aperti con gli Stati Uniti che, messi insieme, rappresentano la questione più importante del XXI secolo. Da dove nascono tutte queste tensioni? La Cina sta attraversando la stessa fase vissuta dall’Italia dopo avere completato l’unificazione con la presa di Roma del 1870. Unificandosi, l’Italia si arricchì e diventò una grande potenza in pochi anni. Siccome cresceva al proprio interno, iniziò a tracimare all’esterno con le avventure coloniali. È una regola ferrea della politica internazionale: quando un Paese conosce un’impetuosa crescita interna, si riversa nei Paesi circostanti, a meno che i vicini non riescano a creare un’alleanza per contenerlo. È ciò che Trump sta cercando di fare con l’aiuto dell’Europa. Tuttavia, la questione più importante è militare, non economica. La Cina e l’America sono separati dall’Oceano Pacifico, che gli Stati Uniti hanno conquistato durante la seconda guerra mondiale con un costo altissimo di vite umane. Non staremo qui a ricordare che cosa sia stata quell’ecatombe rappresentata dalla guerra del Pacifico, che include anche lo sganciamento di due bombe atomiche. Ci basterà dire che, terminata la guerra, gli Stati Uniti hanno sottoposto al proprio dominio tutti gli Stati che la Cina dovrebbe conquistare per tornare a essere padrona in casa propria. Chiusa la partita su Hong Kong, ne resterebbero aperte almeno cinque, tutte militari. La prima è Taiwan, un’isola cinese legatissima agli Stati Uniti, che Pechino vuole riconquistare a tutti i costi. La seconda questione riguarda le tensioni militari con il Giappone nel Mar Cinese Orientale: il Ministero della difesa giapponese continua a rilasciare dati inquietanti sulle isole Senkaku e lo stretto di Miyako. La terza questione investe la Corea del Nord, mentre la quarta riguarda i contrasti con le Filippine intorno alle isole Spratly nel Mar Cinese Meridionale, ricche di petrolio e di gas, tutto da estrarre. La Cina è in rapida crescita e ha bisogno di fonti energetiche, alle quali non può assolutamente rinunciare. Questo pone, con le Filippine, un problema ben più grande di quello con Hong Kong. La Cina sta militarizzando il Mar Cinese Meridionale con isole artificiali per prendere il sopravvento sugli alleati americani. La caratteristica di queste tensioni è che sono tutte armate. A tutto ciò si aggiunge la possibilità di una nuova guerra tra Cina e India, in cui Trump vede un “gigante” su cui investire per bilanciare il colosso cinese, come è parso evidente durante la sua visita a Nuova Delhi, il 24 febbraio 2020. Dal momento che la decisione del parlamento europeo coinvolge anche l’Italia, si sappia che Hong Kong è il minore dei problemi. Più che andare allo scontro su una singola questione, l’Unione Europea dovrebbe farsi promotrice di un dialogo di pace molto più ampio con la Cina. Il prestigio che Bruxelles potrebbe ricavare dagli aiuti economici contro il coronavirus potrebbe essere la base per un passo successivo: quello di una brusca accelerazione verso una politica estera comune. Affrontare un contenzioso alla volta con la Cina rischia di farli esplodere tutti insieme.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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