Hong Kong: il referendum dei manifestanti fallisce

Pubblicato il 21 giugno 2020 alle 11:00 in Cina Hong Kong

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Alcuni gruppi sindacalisti pro-democrazia e i movimenti studenteschi non sono riusciti a ricevere il sostegno necessario per indire uno sciopero di massa sia dei lavoratori sia degli studenti contro la nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, nella stessa giornata in cui Pechino ha reso noti i contenuti della proposta di legge definitiva.

Gli organizzatori dello sciopero dei lavoratori avevano indetto un referendum non ufficiale a cui hanno partecipato soltanto 8.943 membri dei sindacati rispetto ai 60.000 richiesti per portare avanti le manifestazioni. Nonostante il 95% dei votanti si sia espresso in favore, il loro esiguo numero non ha permesso il proseguire dell’iniziativa. Contestualmente, anche gli studenti hanno tenuto una votazione ufficiosa separata che, allo stesso modo, non ha ottenuto i voti fisici necessari per essere portata avanti, sebbene abbia ricevuto oltre 10.000 voti elettronici.

Il referendum si è tenuto il 20 giugno e i risultati sono stati scrutinati alla mezzanotte della stessa giornata, per poi essere resi noti.  Durante lo svolgimento del voto, la polizia locale ha presidiato alcuni tra i 13 seggi istituiti, senza però interferire con il voto. La legge di Hong Kong non prevede che le autorità possano indire referendum ma non sono nemmeno considerati illegali.

In un ultimo sforzo di opposizione all’incombente legge proposta da Pechino, i sindacati e il movimento studentesco Hong Kong Secondary School Students Action Platform avevano unito le rispettive forze per indire il referendum, ricevendo la pronta condanna da parte delle autorità. In particolare, la presenza di sindacati rappresentanti lavoratori statali è stata ritenuta “del tutto inaccettabile” e sono state minacciate ripercussioni. Il segretario all’Educazione del governo di Hong Kong, invece, aveva fatto un appello alle scuole affinché punissero quegli insegnanti e quegli studenti coinvolti nell’organizzazione degli scioperi scolastici. Infine, lo scorso 16 giugno, la stessa governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, aveva definito i manifestanti che protestano contro la legge sulla sicurezza nazionale di Pechino “nemici del popolo”.

I gruppi sindacalisti coinvolti nell’organizzazione del referendum rappresentano circa 30 settori diversi tra cui quello dei lavoratori statali, dell’aviazione, dei trasporti, dell’edilizia, della tecnologia e del turismo. In tutto, i sindacati contano circa 14.000 iscritti e si sono formati per la maggior parte nell’ultimo anno, contestualmente alle manifestazioni in favore della democrazia, per dare una rappresentanza sindacale ai lavoratori di Hong Kong, dove per altro i diritti di contrattazione collettiva non sono riconosciuti.

La soglia delle 60.000 persone per validare il referendum era ben maggiore degli iscritti ai sindacati che però speravano di attirare molte nuove adesioni con tale iniziativa. La scarsa partecipazione rispetto alle aspettative potrebbe essere spiegata sia con un recente incremento del rischio di essere arrestati, sia con l’esplosione del coronavirus, che ha rallentato il movimento di protesta in generale, bloccando di fatto le manifestazioni, per evitare il rischio di contagio.

Parallelamente al fallito referendum dei manifestanti, il Comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP), l’organo che detiene il potere legislativo della della Repubblica Popolare Cinese (RPC), ha finalizzato la “Proposta di legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale”. Sarà lo stesso Comitato centrale dell’ANP, che si riunirà nuovamente dal 28  al 30  giugno prossimi, a doverla approvare per farla entrare in vigore. In base a quanto rivelato dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, saranno cinque i principi su cui si baserà tale provvedimento, ovvero salvaguardare la sicurezza nazionale, rispettare e adempiere al principio “un Paese, due sistemi”, sostenere l’amministrazione di Hong Kong secondo la legge, opporsi risolutamente all’interferenza straniera, proteggere i diritti e gli interessi legittimi dei cittadini di Hong Kong. In base a quanto rivelato da Xinhua, la nuova legge sarà applicata dal governo locale ed è prevista l’istituzione di un’apposita commissione al cui interno sarà presente un consigliere del governo di Pechino e che sarà guidata dal capo dell’esecutivo dell’isola che avrà il potere di nominare giudici iscritti alla lista del settore giudiziario per specifici casi. Tuttavia, rispetto ad alcuni casi specifici, la competenza spetterà a Pechino.

Le proteste ad Hong Kong hanno celebrato il proprio anniversario lo scorso 9 giugno e hanno visto l’arresto di ben 53 partecipanti per reati tra cui assemblea illegale e partecipazione a una manifestazione non autorizzata. Un anno prima, gli abitanti dell’isola erano scesi in strada per manifestare contro una controversa proposta di legge che prevedeva l’estradizione verso la Cina continentale per i residenti di Hong-Kong. Nonostante tale proposta sia stata ritirata, le proteste si sono evolute in una generale rivendicazione contro le ingerenze del governo centrale nelle questioni interne dell’isola, diventando sempre più violente. 

Dalla cessione dell’ex-colonia inglese alla RPC, il primo luglio 1997, le relazioni con il governo di Pechino sono state regolate dal modello “Un Paese-due sistemi”, volto a garantire un certo grado di indipendenza all’isola che negli anni si era sviluppata su un modello economico, politico e sociale inglese e capitalista, molto distante dal modello del socialismo con caratteristiche cinesi, lanciato negli anni Ottanta da Deng Xiao Ping. Molti osservatori internazionali e parte della stessa popolazione di Hong Kong temono che con la nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong i diritti dell’isola, la sua autonomia e il suo modello di sviluppo verranno erosi. Il provvedimento entrerà a far parte dell’Allegato III della Basic Law, la costituzione de facto di Hong Kong che tutela la sua parziale autonomia da Pechino.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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