L’UE e l’urgenza di rimpatriare i figli dell’ISIS dalla Siria

Pubblicato il 20 giugno 2020 alle 6:00 in Europa Siria

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Secondo le ultime stime del Center for Global Policy, nel 2019 oltre 500 persone sono morte nei centri di detenzione per i prigionieri dell’ISIS in Siria. Del totale, almeno 371 erano bambini. 

È quanto rivelato, giovedì 18 giugno, da Al Jazeera English, il quale ha altresì reso noto che, secondo quanto emerso dallo studio pubblicato dall’organizzazione no-profit, i governi dell’Europa devono urgentemente intervenire per tutelare la vita dei circa 750 bambini in possesso di cittadinanza europea che si trovano presso i centri di detenzione siriani.  

In particolare, agli Stati europei è richiesto di intervenire e fornire supporto a livello diplomatico e finanziario, provvedendo anche all’avvio di programmi per la riabilitazione dei cittadini rimpatriati e alla loro rieducazione religiosa non estremista. In aggiunta, il Center for Global Policy suggerisce di creare un organo legislativo europeo per stabilire il destino dei figli dell’ISIS. 

Lo studio è stato condotto sulla base dei dati raccolti in due centri di detenzione del Nord-Est della Siri, al-Hawl e al-Roj, dove vi sono circa 70.000 prigionieri tra donne e bambini. Del totale dei detenuti, almeno 12.000 sono cittadini di altri Stati.  

In merito alle condizioni dei centri, il report evidenzia la precarietà del loro stato e, per tale ragione, il direttore del Center for Global Policy, Azeem Ibrahim, che si è recato presso le strutture lo scorso aprile, ha ricordato all’UE che il coronavirus non ha fatto diminuire l’urgenza di occuparsi della situazione. Nello specifico, Ibrahim ha dichiarato che, a prescindere dal lockdown, la riabilitazione dei bambini dell’ISIS è una componente essenziale del contrasto allo Stato Islamico. 

In particolare, nel report si evidenzia che l’indottrinamento dei bambini e l’implementazione di una interpretazione rigida della legge islamica, la Sharia, continuano ad andare avanti nei centri, il che fa emergere preoccupazioni sia sul benessere dei minori, con particolare riferimento all’abuso rappresentato dal loro indottrinamento, sia sulle eventuali ricadute sulla sicurezza europea, dati i rischi che conseguono dalla loro permanenza in tali condizioni. In aggiunta, i centri stessi non sono un luogo sicuro, dato che, ad esempio, in caso di nuove tensioni in Siria le Syrian Democratic Forces, attualmente garanti dei centri, potrebbero dover tornare sul campo di battaglia, lasciando le strutture prive di ogni forma di sorveglianza. 

In tale contesto, lo studio suggerisce che, seppur consapevoli dei dubbi in materia di sicurezza avanzati da alcuni Stati europei in riferimento al rimpatrio dei figli dell’ISIS, lasciarli all’interno dei centri di detenzione non migliorerebbe la sicurezza di nessuno. 

Al contrario, prosegue il report, è più probabile che ad un certo punto alcuni dei prigionieri potranno scappare, o essere liberati, ma una volta tornati in libertà non saranno meno radicalizzati di quanto lo potevano essere prima della loro prigionia. 

Lo scorso 27 novembre, il Parlamento dell’Unione Europea aveva adottato una risoluzione con la quale aveva richiesto ai Paesi membri di rimpatriare i figli dei foreign fighter dell’ISIS. Il testo era stato approvato da 495 parlamentari europei, a fronte di 58 voti contrari e 87 astensioni. Secondo quanto reso noto, il documento era stato adottato per rispondere a tre obiettivi. Il primo era la migliore protezione dei bambini che si trovano in aree di conflitto o che sono coinvolti nell’emergenza migratoria. Il secondo obiettivo era il contrasto all’apolidia, ovvero la mancanza di cittadinanza da parte dei bambini nati in aree di conflitto, i quali devono essere riconosciuti dal proprio Stato di origine. Il terzo obiettivo, infine, era fornire ai minori una adeguata educazione sessuale, al fine di prevenire gli abusi. 

In tale contesto, per quanto riguarda i figli dei combattenti che ancora si trovano nel Nord-Est della Siria, la risoluzione chiedeva a tutti i Paesi dell’Unione di rimpatriare i bambini in possesso di cittadinanza europea. In aggiunta, al blocco comunitario era stato altresì richiesto di tener conto delle specifiche situazioni familiari di ogni minore. 

Le indicazioni del Parlamento europeo, tuttavia, secondo quanto commentato dalla parlamentare europea dei Verdi, Saskia Bricmont, non erano state ben recepite dai Paesi membri del blocco comunitario, i quali, a detta della parlamentare, “sembra che si rifiutino di ascoltare” quanto richiesto dall’UE. 

I campi controllati dai combattenti curdi nella Siria Nord-orientale, le Syrian Democratic Forces, ospitano decine di migliaia di famiglie di membri dell’ISIS, tra cui 12.000 stranieri, 4.000 donne e 8.000 bambini. A questi si aggiungono centinaia di militanti dell’ISIS siriani, anch’essi detenuti in prigione dopo aver giurato fedeltà allo Stato Islamico. Sei Paesi, tra cui Francia, Germania e Gran Bretagna, luogo di origine di gran parte dei combattenti stranieri detenuti nelle carceri curde, stavano valutando l’ipotesi di costituire un tribunale internazionale congiunto per giudicare tali casi, formato da giudici iracheni e provenienti da tutto il mondo. Tuttavia, istituire un tribunale di questo tipo potrebbe richiedere tempo e non incontrare l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.  

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Jasmine Ceremigna 

di Redazione

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