La Cina rivendica i territori contesi con l’India

Pubblicato il 20 giugno 2020 alle 19:56 in Cina India

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La Repubblica Popolare Cinese il 20 giugno ha rivendicato la propria sovranità sulla valle di Galwan, situata lungo il confine himalayano con l’india che, il 15 giugno, è stata teatro di scontri mortali tra gli eserciti indiano e cinese. Intanto, la Russia potrebbe prefigurarsi come mediatore delle tensioni.

In una serie di Tweet, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha accusato le truppe di Nuova Delhi di aver lanciato “deliberate provocazioni” alla controparte cinese e ha affermato che la valle di Galwan si trova dal proprio lato della Linea Attuale di Controllo (LAC), che definisce il confine de facto tra i due Paesi. Zhao ha dapprima accusato l’India di aver avviato la costruzione di strade, ponti e altre strutture dallo scorso aprile nel proprio territorio, senza aver avuto previe consultazioni bilaterali con Pechino. Successivamente, ha incolpato le truppe indiane di aver iniziato gli scontri fisici di lunedì 15 giugno, oltrepassando la LAC e attaccando i soldati cinesi, che si trovavano in loco per intraprendere negoziati di distensione con l’esercito di Nuova Delhi. Inoltre, Zhao ha smentito le accuse indiane secondo le quali l’esercito cinese avrebbe catturato e poi rilasciato, il 17 giugno, 10 soldati indiani.

Le accuse di Zhao sono state respinte e smentite dalla sua controparte indiana, Anurag Srivastava, che le ha altresì definite “inaccettabili” in quanto l’India stava cercando di mantenere lo status quo nell’area e non di alterarlo. Al contrario, in precedenza, era stato lo stesso Srivastava ad addossare alla Cina la colpa di aver tentato di erigere strutture difensive al di là della LAC, rifiutandosi di fermarsi, provocando così lo scontro dello scorso lunedì 15 giugno tra i rispettivi eserciti. Tale vicenda ha causato la morte di almeno 20 soldati indiani e il ferimento di altri 70. Da parte sua, la RPC non ha invece fornito un bilancio delle perdite subite.  Sebbene gli scontri non abbiano visto l’utilizzo di armi da fuoco si è trattato del più mortale incidente degli ultimi anni tra i due Paesi.

In merito alla vicenda, nella giornata del 19 giugno, durante il meeting virtuale del Copenhagen Democracy Summit, si è espresso il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, denunciando la RPC per i suoi tentativi di esacerbare le tensioni con l’India e di militarizzare il Mar Cinese meridionale, rivendicando illegalmente alcuni territori. Gli USA, pur avendo accordi commerciali con l’India, stanno vivendo un momento di scontro con Pechino su più temi e per tale ragione, sono stati entrambi i Paesi asiatici ad escludere la mediazione degli Stati Uniti sulla questione, offerta dal presidente americano, Donald Trump lo scorso27 maggio, tramite un post su Twitter.

Il 20 giugno, invece, il South China Morning Post, ha avanzato l’ipotesi che potrebbe essere proprio la Russia ad assumere il ruolo di mediatore regionale tra Pechino e Nuova Delhi visto che i ministri degli Esteri dei rispettivi Paesi, Sergei Lavrov, Wang Yi e Subrahmanyam Jaishankar, hanno confermato che terranno un incontro trilaterale in videoconferenza il prossimo 23 giugno. Ci si aspetta che l’agenda di tale giornata metterà al primo posto la questione del coronavirus ma, secondo un professore di relazioni internazionali della McGill University di Montreal, le tensioni sino-indiane potrebbero essere discusse a latere.

Secondo il professore canadese, visto che gli scontri del 15 giugno hanno riacceso il nazionalismo di entrambe le parti con tentativi popolari, ad esempio, da parte indiana di boicottare le aziende cinesi, sarà difficile che Pechino e Nuova Delhi riescano ad organizzare incontri diplomatici diretti. Per tale ragione, l’occasione del prossimo 23 giugno potrebbe essere importante. Il 17 giugno, intanto, il vice ministro degli Esteri russo, Igor Morgulov, avrebbe già parlato del tema della sicurezza regionale con l’ambasciatore indiano a Mosca. Tuttavia, secondo il think tank russo, Carnegie Moscow Centre, se la Russia volesse agire come mediatore dovrebbe farlo da dietro le quinte in quanto sia la RPC sia l’India non accetterebbero così prontamente una mediazione da parte di terzi ma la Russia, al contempo, non può rimanere indifferente a tali eventi.

L’episodio del 15 giugno è stato l’apice delle tensioni sulla LAC che si sono riaccese dallo scorso maggio tra le truppe di Nuova Delhi e quelle di Pechino, in loco per monitorare la rispettiva parte del confine delimitato dalla LAC. In tale luogo, si sarebbero verificate sporadiche schermaglie tra i rispettivi eserciti che hanno da subito provocato timori di un ripetersi delle tensioni sino-indiane del 2017. Tuttavia, un incontro del 6 giugno tra i comandanti delle forze impegnate nell’area sembrava aver avviato un processo di risoluzione, confermato ufficialmente il successivo 10 giugno, ma gli eventi del 15 giugno hanno poi smontato le aspettative.

Nel 2017, Pechino e Nuova Delhi avevano dispiegato centinaia di uomini sull’alto-piano di Doklam, collocato al confine tra India, Cina e Bhutan, dopo che la penisola asiatica si era opposta alla costruzione di una strada da parte della RPC nell’area, iniziata il 16 giugno di quell’anno.  Tali mosse avevano creato mesi di stallo tra i Paesi coinvolti, che si protrassero fino al successivo 28 agosto, quando, RPC e India comunicarono il ritiro delle forze armate da Doklam.

L’india e la RPC si sono ripetutamente scambiate accuse di intrusione nei rispettivi territori lungo il confine condiviso, tuttavia casi di scontri armati tra le parti sono sempre stati rari. Nel 1962 le dispute di frontiera provocarono una breve guerra tra le parti che iniziò il 10 ottobre di quell’anno e si concluse il successivo 21 novembre, con la vittoria di Pechino che sottrasse all’allora nemico parte del territorio himalaiano noto come Aksai Chin. Al centro del conflitto vi era il controllo su tale area e sulla ex North East Frontier Agency, l’attuale Stato indiano dell’Arunachal Pradesh .

 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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