Sud Sudan: esteso l’embargo sulle armi, governo deluso

Pubblicato il 19 giugno 2020 alle 13:03 in Africa Sud Sudan

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Il governo del Sud Sudan ha dichiarato di essere deluso dalla decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rinnovare l’embargo sulle armi e ha avvertito che la mossa non farà altro che aumentare l’insicurezza nel Paese. Il 29 maggio, l’ONU ha adottato una risoluzione che estende fino al 31 maggio 2021 l’embargo sulle armi, le restrizioni ai viaggi e le sanzioni finanziarie nei confronti delle persone interessate. L’embargo intende negare al Paese le armi e le risorse che alimenterebbero la crisi, secondo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia, giovedì 18 giugno, il governo ha espresso delusione nei confronti della risoluzione, sostenendo invece che potrebbe creare maggiore insicurezza.

“Il nostro più grande problema con l’embargo sulle armi in quanto Paese è che i civili sono più armati del governo e questa è una sfida che dobbiamo affrontare, in quanto Stato, ma siamo bloccati e non abbiamo accesso al mercato internazionale”, ha dichiarato il viceministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Deng Dau Deng, all’agenzia di stampa turca Anadolu. “Anche solo armare la polizia affinché mantenga la legge e l’ordine è un grosso problema per noi”, ha aggiunto.

Riferendosi alle sanzioni imposte sugli individui, Deng ha dichiarato: “È molto difficile per quegli individui che sono presi di mira come cittadini del Sud Sudan perché, anche prima del COVID-19, non potevano viaggiare”. “Abbiamo sollevato questo problema e vogliamo discutere su come eliminare quelli che sono nella lista delle sanzioni”, ha precisato.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha imposto per la prima volta l’embargo sulle armi nel 2018. L’embargo autorizza tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite a impedire l’ingresso di armi ed equipaggiamenti connessi nel Sud Sudan, comprese munizioni, veicoli e attrezzature militari e paramilitari. Il 30 maggio è stato chiesto al Consiglio di Sicurezza di fornire entro la fine di ottobre un rapporto sul ruolo dell’embargo nell’attuazione dell’accordo di pace, firmato per la prima volta nel settembre 2018, e di proporre opzioni per lo sviluppo di parametri di riferimento nel Paese, che sta emergendo da una guerra civile durata 6 anni.

La risoluzione dell’ONU ha esteso l’embargo sulle armi e ha punito le sanzioni fino al 31 maggio 2021, ma ha autorizzato un riesame intermedio delle misure entro il 15 dicembre di quest’anno. Russia, Sudafrica e Cina hanno sostenuto che le sanzioni non favoriscono il processo di pace, quindi si sono astenute dal voto. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Sud Sudan, Thomas Hushek, ha affermato che il rinnovo dell’embargo e le sanzioni rappresentano un passo in avanti per far progredire il processo di pace e saranno rimosse solo quando si vedranno progressi nell’attuazione della pace. “Penso che sia un importante passo in avanti, che stabilisce un piano per misurare i progressi rispetto al processo di pace e che alla fine porterà all’eliminazione di tale embargo sulle armi”, ha detto Hushek la scorsa settimana dopo ha incontrato funzionari del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale nella capitale, Juba. “L’importante è far progredire il processo di pace”, ha insistito Hushek. L’amministrazione degli Stati Uniti e quella dell’UE hanno imposto sanzioni, a partire dal 2014, ad oltre 10 funzionari del Sud Sudan a causa del presunto perpetuarsi del conflitto nella nazione dell’Africa orientale.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli al presidente Salva Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati dal vice presidente Riek Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto 2018, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, il noto accordo di pace. Secondo quanto previsto dal patto, Machar avrebbe ricoperto nuovamente il ruolo di vicepresidente. Alla fine, Kiir e Machar hanno raggiunto un accordo per formare un governo di unità il 22 febbraio 2020, pur continuando a rimanere in conflitto su questioni interne.

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Chiara Gentili

di Redazione

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