Operazione turca in Iraq: morto il primo civile iracheno

Pubblicato il 19 giugno 2020 alle 14:09 in Iraq Turchia

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Un civile iracheno è morto a seguito di un bombardamento turco contro il distretto di Bradost, nel governatorato di Dahuk, un’area del Nord dell’Iraq oggetto dell’operazione di Ankara contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Tale offensiva è stata condannata da Baghdad e da Abu Dhabi.

In particolare, la notizia dell’uccisione del cittadino iracheno, un pastore, è stata riferita da un ufficiale iracheno della regione del Kurdistan, Ihsan Chalabi, venerdì 19 giugno, ma fa riferimento ad un bombardamento perpetrato nella mattina del giorno precedente, il 18 giugno. Si tratta, tuttavia, del primo civile deceduto a seguito dell’inizio della nuova operazione di Ankara, intitolata “Claw-Tiger”, ovvero “Artiglio di tigre”, lanciata il 17 giugno, il cui obiettivo è colpire i membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan nelle aree settentrionali irachene.

Proprio il 19 giugno, il Ministero della Difesa turco ha rilasciato un video che mostra i soldati turchi in azione contro i rifugi e nascondigli dei militanti curdi, dimostrando come l’operazione continui con successo e secondo i piani prestabiliti. Secondo quanto riferito dal Ministero il 18 giugno, in 36 ore sono stati colpiti circa 500 obiettivi. Il fine ultimo, a detta di Ankara, è “neutralizzare” il PKK. Tale verbo viene solitamente impiegato dalle autorità turche per indicare che le persone in questione si sono arrese oppure sono state uccise o catturate. Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan è un’organizzazione paramilitare, sostenuta delle masse popolari del Sud-Est della Turchia di etnia curda, ma attiva anche nel Kurdistan iracheno. Per Ankara, l’Unione Europea e per gli Stati Uniti, tale Partito è da considerarsi un’organizzazione terroristica.

Di fronte a tale scenario, Baghdad ha più volte accusato Ankara di violare la propria sovranità, portandola a convocare due volte l’ambasciatore turco in Iraq, Fatih Yildiz, e a consegnare un memorandum di protesta, con il fine di esortare la Turchia a porre fine a tali operazioni militari unilaterali e a simili violazioni. La richiesta di giovedì 18 giugno è stata il ritiro delle forze turche e la cessazione di “atti provocatori”. L’Iraq, dal canto suo, si è detto pronto a collaborare per salvaguardare la sicurezza dei confini, e considera le azioni turche una minaccia alla sicurezza dei civili e delle loro proprietà, visto che queste prendono altresì di mira campi profughi, come quelli di Makhmur e Sinjar. Tuttavia, Yildiz ha risposto affermando che, se Baghdad non agirà contro i ribelli, Ankara continuerà a contrastare il PKK, “ovunque esso si trovi”.

Gruppi di attivisti hanno riferito che sono numerose le famiglie sfollate dalla regione di Dahuk, visti gli attacchi turchi e la risposta dei militanti curdi. Al momento, la Turchia occupa più di 10 postazioni militari all’interno di tale governatorato, istituite sin dal 1995. Tuttavia, gli episodi di insorgenza del Partito dei Lavoratori del Kurdistan in Turchia hanno avuto inizio già nel 1984, con l’obiettivo di rivendicare i diritti della minoranza curda nel Paese. Sin da tale anno, i territori montuosi dell’Iraq settentrionale sono testimoni di tensioni.  

In tale quadro, anche gli Emirati Arabi Uniti hanno mostrato la propria opposizione all’operazione turca nel Nord dell’Iraq. In particolare, in una dichiarazione del 17 giugno, il Ministero degli Esteri emiratino ha descritto l’intervento turco una violazione della sovranità irachena, che potrebbe provocare terrore tra civili innocenti. Pertanto, Abu Dhabi ha ribadito il proprio rifiuto verso le forme di ingerenza negli affari interni dei Paesi arabi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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