Italia-Egitto: su Regeni, Conte si assume la colpa e sollecita la verità

Pubblicato il 19 giugno 2020 alle 17:04 in Egitto Italia

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Il primo ministro italiano Giuseppe Conte ha parlato, nella serata di giovedì 18 giugno, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, riunita a Palazzo San Macuto, a Roma. “Non abbiamo mai smesso di sollecitare all’Egitto progressi nell’identificazione dei responsabili dell’efferato delitto. Il governo non ha mai lesinato sforzi ed impegno, il caso è sempre stato in cima nei miei colloqui con il presidente al-Sisi”, ha affermato Conte, sottolineando che, a poco più di 4 anni dall’uccisione del giovane ricercatore italiano, l’Italia, le sue istituzioni e la pubblica opinione continuano a chiedere giustizia e cercare la verità sulla sua morte. “Ogni mia interlocuzione con al-Sisi è partita da un semplice quanto inevitabile assunto: i nostri rapporti bilaterali non potranno svilupparsi a pieno se non si farà luce sul barbaro assassinio di Giulio Regeni e non si assicureranno alla giustizia i suoi assassini”, ha aggiunto il premier. Nel parlare delle relazioni tra Italia ed Egitto, tuttavia, il primo ministro non ha menzionato nel suo intervento la questione dell’accordo sulla vendita al Cairo delle due fregate italiane di tipo FREMM. Il patto tra i due Paesi per l’invio delle navi militari, dal valore di circa 1,5 miliardi di euro, è già stato sancito l’8 giugno, in seguito alla conversazione telefonica tra Conte e al-Sisi. L’ultima parola sull’accordo spetta però all’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (UAMA), l’autorità competente in materia che fa capo alla Farnesina.

Oltre a sottolineare il desiderio di una maggiore cooperazione giudiziaria e a ribadire l’interesse delle autorità italiane nella ricerca della verità, Conte ha riconosciuto le sue colpe nella mancanza di effettivi risultati sul caso. “Ho incontrato al-Sisi 6-7 volte. Parlare guardandosi negli occhi ed esprimendo tutto il rammarico vis a vis non ha portato a risultati, non sono stato capace. L’ho detto alla famiglia Regeni quando l’ho incontrata. Loro erano dispiaciuti del fatto che con la rappresentanza diplomatica al Cairo non ottenessimo risultati, io ho detto loro che se la devono prendere con me che incontro al Sisi. Se c’è incapacità di raggiungere risultati maggiori lo potete imputare a me direttamente”, ha detto apertamente il presidente del consiglio.

Nonostante i ritardi e le colpe, l’Italia sta ora sollecitando non solo maggiore disponibilità dal Cairo ma anche atti, ha chiarito Conte. Il premier ha spiegato di aver chiesto al presidente egiziano al-Sisi “una manifestazione tangibile di volontà” e di aspettarsi nei prossimi giorni una risposta. In più, auspica il primo ministro, qualcosa di significativo potrebbe accadere il primo luglio, quando ci sarà l’incontro tra la Procura del Cairo e quella di Roma. “La cooperazione giudiziaria tra le due procure ha già dato segni di una certa ripresa dopo la nomina del nuovo procuratore egiziano” ha aggiunto Conte.

Il 17 giugno, il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha scritto una lettera al suo omologo egiziano, Sameh Shoukry, sottolineando che i rapporti di amicizia che legano i due Paesi “non possono prescindere dal fare giustizia sulla tragica vicenda di Giulio Regeni”. Data la mancanza di risposte da parte delle autorità giudiziarie negli ultimi mesi, si legge nella lettera, Di Maio ha invitato il pubblico ministero del Cairo a una reale collaborazione e ha auspicato che la teleconferenza tra i due nuovi procuratori porti a risultati concreti. I pubblici ministeri italiani avevano messo sotto inchiesta, nel dicembre 2018, per l’omicidio di Regeni, cinque membri dell’apparato di sicurezza egiziano, una mossa che aveva significato una pesante battuta d’arresto nella cooperazione tra i due Paesi sulla ricerca dei responsabili della morte del ricercatore friulano. Nella lettera, Di Maio ha sottolineato che “un rapido riscontro alla rogatoria, inviata nel maggio 2019, in particolare per quanto riguarda la notifica del domicilio legale dei cinque indagati dalla procura di Roma, potrebbe rappresentare un significativo passo avanti nel senso fortemente auspicato dall’Italia”.

Il 28enne Giulio Regeni, ricercatore presso l’Università di Cambridge, è stato trovato morto vicino al Cairo, il 3 febbraio 2016, una settimana dopo essere risultato scomparso. Dalle indagini condotte sulla vicenda, è risultato che il ragazzo sarebbe stato torturato prima di essere ucciso. Da allora, le autorità italiane sono alla ricerca dei responsabili del suo assassinio. Inizialmente, era stata incolpata una banda criminale locale specializzata in rapimenti di stranieri, i cui membri sono stati uccisi dalla polizia egiziana. In seguito, le forze di sicurezza locali hanno ammesso di aver trattenuto Regeni il giorno della sparizione.

Il 15 gennaio, il procuratore generale del Cairo, Hamada El-Sawy, aveva riferito ad una squadra di investigazione italiana, recatasi nella capitale egiziana nello stesso giorno, che un nuovo team era stato formato e aveva già iniziato a lavorare sui diversi fascicoli per comprendere le circostanze che avevano portato alla morte di Regeni.

Il giovane stava conducendo alcune ricerche sui sindacati egiziani per l’università britannica. Secondo i procuratori italiani, i servizi di sicurezza nazionale del Cairo avrebbero tessuto una “ragnatela”, nei giorni precedenti la morte di Giulio Regeni, per controllare e monitorare le azioni e gli spostamenti del ricercatore.

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Chiara Gentili

di Redazione

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