Iraq: un gruppo armato rivendica gli attacchi contro le strutture USA

Pubblicato il 19 giugno 2020 alle 9:53 in Iraq USA e Canada

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Un gruppo armato iracheno, dal nome Revolutionary League, ha rivendicato alcuni dei recenti attacchi contro le strutture statunitensi situate in Iraq.

In particolare, la suddetta fazione, nota in arabo come Usbat al-Tha’ireen, il 18 giugno, ha diffuso un video dal titolo “La vittoria giunge con la pazienza”, in cui vengono mostrati filmati correlati a tre attentati da essa perpetrati. Il primo fa riferimento all’attacco missilistico dell’8 giugno contro Camp Taji, nel Nord di Baghdad, una base che ospita funzionari di Washington nel quadro della coalizione internazionale anti-ISIS. Il secondo episodio risale, invece, all’11 giugno, quando un missile ha colpito i pressi dell’ambasciata statunitense, situata nella Green Zone della capitale irachena. Infine, l’ultimo attacco rivendicato dalla Revolutionary League è stato perpetrato il 16 giugno contro la sezione militare dell’aeroporto internazionale di Baghdad. Secondo quanto riferito dal gruppo stesso, i diversi attentati mirano a “terrorizzare” le forze di occupazione ed i propri alleati.

Non è la prima volta che il gruppo armato mostra la propria opposizione alla presenza degli USA in Iraq. A tal proposito, il 2 aprile scorso, la milizia aveva diffuso un video in cui affermava che l’ambasciata statunitense era “sotto il proprio sguardo”. Il video mostrava immagini e clip degli edifici dell’ambasciata ripresi dall’alto, attraverso un drone, e l’hashtag che lo accompagnava recitava “l’Iraq si sta svegliando”. Come specificato, il prossimo obiettivo dell’organizzazione sarebbe stato vendicare la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump.

La Revolutionary League, una fazione presumibilmente filo-iraniana, è uscita allo scoperto proprio a seguito dell’episodio del 3 gennaio, rivelando la propria esistenza il 15 marzo scorso. Prima di tale data, il gruppo ha rivendicato l’attacco missilistico dell’11 marzo contro Camp Taji, dove hanno perso la vita due soldati statunitensi ed uno britannico, mentre altri 12 uomini sono rimasti feriti.

Da parte sua, il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, in un tweet del 18 giugno, ha riferito che i responsabili dei molteplici attacchi verranno portati davanti alla giustizia, così come tutti coloro che cercano di minare la sicurezza e la stabilità dell’Iraq. “Non permetterò ai fuorilegge di creare caos e trovare pretesti per raggiungere i propri interessi” sono state le parole di al-Kadhimi. Nel frattempo, sono ancora in corso indagini per scoprire i responsabili dell’ultimi attentato verificatosi nella sera del 17 giugno, quando 4 missili Katyusha hanno colpito i pressi del compound statunitense a Baghdad.

La morte di Soleimani ha rappresentato l’apice delle tensioni tra Washington e Teheran nel territorio iracheno. Sin da ottobre 2019, sono circa 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, che hanno portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. Tale episodio, accanto ad altri verificatisi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. Tuttavia, il 30 gennaio, l’esercito iracheno ha riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico erano state riavviate.

È di fronte a tale scenario che, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal primo ministro al-Kadhimi. Il dialogo mira a definire il ruolo degli Stati Uniti nei territori iracheni e a discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra i due Paesi, con il fine ultimo di creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad, e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci.

In una dichiarazione congiunta rilasciata a margine del primo meeting, Washington ha dichiarato che continuerà a ridurre il numero di soldati dalle basi irachene ed ha discusso con la controparte del ruolo futuro delle truppe che, invece, rimarranno nel Paese. A tal proposito, è stato sottolineato come gli USA non desiderano istituire basi permanenti né rimanere per sempre in Iraq. Da parte sua, Baghdad si è impegnata a salvaguardare le forze statunitensi che continuano e continueranno a sostare in Iraq e le loro basi e strutture.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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