Libano: disoccupati pari a mezzo milione, i laureati sono i nuovi poveri

Pubblicato il 18 giugno 2020 alle 15:21 in Libano Medio Oriente

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Mentre anche il Libano teme gli effetti delle sanzioni statunitensi contro il regime di Damasco, Beirut continua ad assistere ad una grave crisi economica e ad un crescente aumento del tasso di disoccupazione.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Asharq al-Awsat il 18 giugno, la categoria maggiormente colpita dalla dilagante disoccupazione è quella dei giovani laureati, considerati i “nuovi poveri” del Paese. In particolare, la crisi economica in corso, ulteriormente aggravata dalla pandemia di Covid-19, ha costretto molte istituzioni a tagliare gli stipendi dei propri dipendenti e/o a ridurre il proprio personale. Secondo le recenti stime, circa il 36% degli impiegati nel settore privato non ha ricevuto retribuzione negli ultimi mesi e il numero di libanesi disoccupati potrebbe presto raggiungere mezzo milione. Di conseguenza, si prevede che la percentuale di coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà, attualmente pari al 45% della popolazione, sia destinata ad aumentare.

Secondo quanto riferito da un attivista, la categoria “poveri” in Libano oramai non include più soltanto gli indigenti, bensì comprende altresì persone istruite, in possesso di specializzazioni e titoli di studio, precedentemente membri della classe media. Stando ai dati di un recente sondaggio sulla forza lavoro dell’Istituto Centrale di Statistica, è emerso che il tasso di disoccupazione tra i giovani laureati è del 37%, e tale percentuale è destinata a salire nel corso del 2020. Come evidenziato dal quotidiano, tale fenomeno sarebbe stato impensabile mesi fa, quando possedere un diploma universitario equivaleva ad ottenere un visto di lavoro in uno dei Paesi del Golfo.

In tale quadro, la moneta locale, la lira, ha perso oltre il 70% del suo valore da ottobre 2019, quando il Paese, già affossato da un debito sovrano pari a circa il 170% del PIL, si è ritrovato immerso in una crisi finanziaria che ha aumentato i prezzi, ridotto i posti di lavoro e introdotto controlli sui capitali, impedendo alla popolazione di accedere ai propri risparmi in dollari. Il governo di Hassan Diab, nel frattempo, ha intrapreso trattative con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), sperando di ottenere almeno 20 miliardi di dollari, ed ha elaborato un piano di salvataggio che prevede l’immissione di circa 10 miliardi di dollari di aiuti nel sistema finanziario. Nonostante ciò, è proprio la squadra di Diab ad essere sotto accusa per la crisi attuale, considerata la peggiore dalla guerra civile del periodo 1975-1990.

Non da ultimo, a destare ulteriore preoccupazione vi è l’entrata in vigore del Caesar Act, una legislazione elaborata dagli Stati Uniti che prevede sanzioni contro il regime siriano e gli enti che lo sostengono, con il fine ultimo di esercitare pressioni sul presidente, Bashar al-Assad, e porre fine alle violenze contro la popolazione siriana. Secondo quanto riportato da Arab News, voci di corridoio avrebbero rivelato che la lista delle aziende sanzionate include altresì enti libanesi che collaborano con il governo di Damasco. Al momento, tali affermazioni non sono state confermate né sono chiare le ripercussioni che la legislazione di Washington avrà per Beirut, ma secondo il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, il Libano verrà danneggiato più della Siria.

I due Paesi condividono un confine di circa 375 km, i loro governi si coordinano su diverse questioni, anche militari e di sicurezza, ed i sistemi bancari fanno affidamento l’uno sull’altro, oltre a dipendere entrambi dalle oscillazioni del dollaro statunitense. A tal proposito, il declino della valuta siriana è stato esacerbato proprio dalla svalutazione della lira libanese, in quanto i commercianti siriani fanno affidamento sulle banche del vicino Libano, considerato un “polmone per la Siria”, per importare merce.

Inoltre, sono numerosi i siriani che hanno aperto conti e depositato i propri risparmi nelle banche libanesi, le quali hanno spesso agevolato le attività e gli affari di commercianti e imprenditori della vicina Siria. A loro volta, diverse banche libanesi hanno aperto filiali nei territori siriani, diverse aziende aspettano di partecipare nelle operazioni di ricostruzione e si teme che il governo di Beirut possa essere punito se ricomincerà ad acquistare elettricità da Damasco, come accaduto per anni.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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