Iraq: il compound di Washington nuovamente colpito

Pubblicato il 18 giugno 2020 alle 8:33 in Iraq USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Quattro missili Katyusha hanno colpito, all’alba di giovedì 18 giugno, i pressi dell’ambasciata statunitense in Iraq, situata nella capitale Baghdad, nella cosiddetta Green Zone.

A riferirlo, il quotidiano al-Arabiya, specificando che non si tratta del primo episodio di tal tipo. Uno degli ultimi si era verificato il 10 giugno, quando un missile aveva colpito la medesima zona, la Green Zone, un’area fortificata della capitale in cui sono presenti le sedi di istituzioni ed ambasciate, tra cui quella di Washington. L’incidente del 18 giugno è stato riportato da un corrispondente di al-Arabiya ed è stato confermato altresì da fonti locali, le quali hanno riferito di aver visto elicotteri sorvolare l’area a seguito dell’accaduto. Si presume, inoltre, che i missili siano stati lanciati dall’accampamento di al-Rasheed.

Sin da ottobre 2019, sono circa 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, che hanno portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. Tra i principali episodi dei mesi scorsi, almeno 10 missili Katyusha hanno colpito, l’11 marzo, una base irachena che ospita soldati della coalizione internazionale anti-ISIS, situata ad al-Taji, a 85 km a Nord della capitale irachena Baghdad, causando la morte di due soldati statunitensi ed uno britannico, ed il ferimento di altri 12 uomini.

Non da ultimo, il 15 giugno, le forze di sicurezza irachene hanno sventato un attacco missilistico vicino alle postazioni delle truppe statunitensi a Nord di Baghdad, ad Est di Camp Taji. La serie di attacchi si è verificata a cavallo di un episodio considerato l’apice delle tensioni tra Iran e Stati Uniti sul suolo iracheno, ovvero la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

Tale episodio, accanto ad altri verificatisi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. Tuttavia, il 30 gennaio, l’esercito iracheno ha riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico erano state riavviate.

È di fronte a tale scenario che, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi. Il dialogo mira a definire il ruolo degli Stati Uniti nei territori iracheni e a discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra i due Paesi, con il fine ultimo di creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad, e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci.

In una dichiarazione congiunta rilasciata a margine del primo meeting, Washington ha dichiarato che continuerà a ridurre il numero di soldati dalle basi irachene ed ha discusso con la controparte del ruolo futuro delle truppe che, invece, rimarranno nel Paese. A tal proposito, è stato sottolineato come gli USA non desiderano istituire basi permanenti né rimanere per sempre in Iraq. Da parte sua, Baghdad si è impegnata a salvaguardare le forze statunitensi che continuano e continueranno a sostare in Iraq e le loro basi e strutture, più volte bersagliate, presumibilmente da gruppi filo-iraniani.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.