Argentina: nuovo default più vicino

Pubblicato il 18 giugno 2020 alle 10:20 in America Latina Argentina

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I negoziati tra il governo argentino e i creditori sono ad un punto morto. L’Argentina è molto più vicina a cadere in un nuovo default. Il nono della sua storia.

La sera di mercoledì 17 giugno, è stato reso noto l’indurimento delle posizioni nei negoziati tra il ministro dell’economia Martín Guzmán e i creditori in dollari con giurisdizione internazionale. Il segnale di un aumento della tensione è stato che entrambe le parti hanno rivelato le loro proposte, dimostrazione, secondo la stampa argentina, che i negoziati siano finiti in un vicolo cieco. Le spiegazioni preliminari erano discordanti. Il disagio degli obbligazionisti si deve all’intenzione del governo “di dividerli con privilegi arbitrari”. Dal team del ministro Guzmán hanno parlato di come fosse impossibile fare più concessioni.

A irritare i creditori l’annuncio del Ministero delle Finanze che, al fine di rafforzare il mercato del debito in pesos, avrebbero ricevuto interessi in dollari i creditori che non vogliono la valuta locale, anche se hanno comprato obbligazioni in pesos. Questa mossa è stata interpretata come su misura di favore per fondi come Pimco o Templeton, che avevano scommesso sulla stabilità della valuta argentina.

I creditori erano inoltre irritati perché il ministro, che aveva parlato con loro della sua passione intellettuale per le “unità di debito contingente”, come vengono chiamate le obbligazioni legate a variabili come le esportazioni agricole, ha relativizzato la sua proposta, che ora risulta effettuata “in termini potenziali”. Questa obbligazione pagherebbe un interesse non superiore allo 0,75% nel caso in cui la media di queste esportazioni, negli ultimi cinque anni, superi un determinato importo. E comunque solo a condizione che le esportazioni dell’anno in cui vengono pagate dette obbligazioni non siano scese al di sotto di un certo livello.

Secondo gli esperti, Guzmán teme di subire le conseguenze di precedenti esperienze. Quando Néstor Kirchner, con Alberto Fernández a capo del gabinetto e Roberto Lavagna come ministro dell’economia, ha consegnato le obbligazioni legate alla crescita del PIL, ha dato ai creditori un dono così meraviglioso che oggi i detentori di quei documenti chiedono condizioni simili per effettuare lo scambio. Infatti, poiché una parte di quel premio non è stata pagata, c’è una causa a New York per 1,3 miliardi di dollari.

Il Fondo monetario internazionale, tuttavia, continua a sostenere il governo argentino. L’organismo finanziario ha emesso un parere sui margini oltre i quali il nuovo debito sarebbe diventato insostenibile. I detentori di titoli non ammettono che questa opinione sia emessa dal più grande creditore del Paese, e affermano che il FMI compete con loro per ottenere indietro i prestiti, sicché si rifiutano di considerarla vincolante.

Questi fattori, che portarono la trattativa sull’orlo del collasso, hanno messo in difficoltà il ministro Guzmán. Nella prima modifica della sua offerta, da un valore attuale netto dei titoli di 39 centesimi a un altro di 46, ha lasciato sul tavolo 5 miliardi di dollari. Un nuovo miglioramento, da 46 a 53, che è quello atteso, gli farebbe rimettere una somma equivalente. Le concessioni comportano un aumento del tasso di interesse che verrà pagato su tutto il debito. La rimozione del capitale sarebbe quasi zero. In altre parole, il livello del debito argentino rimarrebbe lo stesso, provocando l’irritazione del Ministro. Ciononostante, nella proposta annunciata la sera del 17 giugno, Guzmán ha continuato a migliorare le condizioni. L’obbligo di pagare gli interessi dovuti fino al 15 maggio di quest’anno, datato 2034, è stato anticipato al 2030. Ha inoltre abbreviato la scadenza dell’obbligazione più lunga, dal 2042 al 2041. E aumentato l’interesse della cedola di un quarto di punto. Gli obbligazionisti non hanno accettato.

La variabile che potrebbe salvare i negoziati è Alberto Fernández. Solo un intervento diretto del capo dello Stato potrebbe convincere i creditori a prolungare il negoziato, quando il più grande gruppo di creditori ha già minacciato di rivolgersi alla giustizia di New York. Le conseguenze di un default sarebbero molto delicate. La data chiave diventa il 30 giugno. A partire da quel giorno saranno trascorsi 30 giorni dall’interruzione dei pagamenti e l’Argentina entrerà in pieno default. L’onda d’urto di tale situazione verrebbe proiettata su tutte le ristrutturazioni del debito in corso, anche quelle delle province e delle imprese. Il credito internazionale verrebbe bloccato e Buenos Aires si troverebbe di fronte all’impossibilità di pagare stipendi, pensioni e sussidi speciali per coronavirus, se non ricorrendo a misure drastiche.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

 

di Redazione

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