Pechino: salmone veicola coronavirus? Stop alle importazioni

Pubblicato il 17 giugno 2020 alle 14:00 in Cina Norvegia

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La Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha temporaneamente e ufficiosamente interrotto le importazioni di salmone dall’estero per timore che il prodotto possa essere veicolo del coronavirus. Ciò ha creato immediato allarme nei settori delle esportazioni alimentari di più Paesi europei, in particolare della Norvegia.

Dallo scorso 11 giugno, dopo 55 giorni di assenza, il coronavirus è ricomparso a Pechino, dove, stando ai dati rilasciati dalla Commissione Nazionale per la Salute cinese, nelle ultime 24 ore sono stati registrati 31 dei 44 nuovi casi di coronavirus della RPC. Il nuovo focolaio di Pechino sembrerebbe essere legato al mercato alimentare all’ingrosso di Xinfadi, il quale è stato chiuso dallo scorso 13 giugno. Contestualmente,  sono state messe in isolamento le zone ad esso limitrofe e il governo della città ha ripristinato severe misure di controllo e contenimento, in quello che è stato definito uno “ stato di emergenza bellica”.

Nella stessa giornata del 13 giugno, possibili elementi di trasmissione del coronavirus erano stati rilevati nei taglieri utilizzati per lavorare il salmone d’importazione a Xinfadi e, dalla comunicazione di tale notizia, il prodotto ha subito una brusca ripercussione nel mercato cinese, scomparendo di fatto dagli scaffali della grande distribuzione, al punto che, secondo il South China Morning Post, la stessa Commissione Europea sarebbe intervenuta in merito, comunicando che la RPC non ha né formalmente bandito né posto limiti alle importazioni di salmone. La Cina è il maggior consumatore mondiale di tale prodotto e per questo una simile vicenda potrebbe avere ripercussioni su molte economie internazionali.

Sebbene non vi sia un bando o uno stop formale alle importazioni, la capitale cinese ha però temporaneamente interrotto le spedizioni di tutti i prodotti freschi e di salmone, come confermato da molte aziende europee del settore, in attesa di conferma che esso non sia stato il veicolo del virus, cosa che molti esperti, hanno definito altamente improbabile. Il 16 giugno, il vice direttore del centro di emergenza del Chinese Centre for Disease Control and Prevention, Shi Guiqing, ha dichiarato che non sono state riscontrate prove che il salmone fosse il veicolo di contagio e ha precisato che nel caso specifico di Xinfadi, il prodotto era già stato analizzato prima del suo accesso alla struttura.

Tuttavia, come riportato dal South China Morning Post, molti commercianti di prodotti alimentari ittici hanno espresso grande preoccupazione per quello che potrebbe essere un contraccolpo psicologico ai consumi di prodotti alimentari importati. Dagli scaffali dei principali supermercati cinesi, oltre al salmone, sono scomparsi anche altri pesci e carni provenienti dall’estero, in attesa che le autorità cinesi concludano una massiccia campagna di test su tali prodotti, attualmente in corso e in cerca di eventuali tracce del virus.

Più testimonianze hanno confermato la preoccupante interruzione delle spedizioni e dei consumi di prodotti ittici che viaggiano dall’Europa alla RPC. Una compagnia di trasporti aerei, Cargolux, ha dichiarato che in più aeroporti cinesi è stato istituito un bando a tutti i carichi di prodotti deperibili. Un funzionario di un istituto europeo per la promozione delle importazioni in Cina, invece, ha dichiarato, in condizione di anonimato, che in Cina simili paure legate alla salute  possono avere un impatto immediato su certi prodotti come, ad esempio, ostriche o altri beni che arrivano freschi, ossia non surgelati. Dal centro di ricerca JCI China con sede a Shanghai, Rosa Wang ha affermato che le attitudini dei consumatori siano già state influenzate e che al momento è improbabile che i cinesi vogliano comprare salmone e anche se tale timore verrà poi smentito, occorrerà molto tempo prima che il suo consumo si riprenda.

La situazione in corso in Cina potrebbe avere un impatto particolarmente negativo sulle economie di molti Paesi e in particolare su quella norvegese. La direttrice del Consiglio per i Prodotti Alimentari Ittici norvegese, Victoria Braathen, ha da subito smentito la possibilità che il coronavirus possa colpire la sicurezza alimentare ittica, in quanto non vi sono casi di infezioni da cibo contaminato come ha confermato anche l’Autorità per la Sicurezza alimentare norvegese. Se la RPC è il maggior consumatore di salmone, la Norvegia ne è il maggior esportatore al mondo. I prodotti ittici sono secondi solo al petrolio nella lista dei beni esportati dal Paese nordeuropeo. Nei primi 5 mesi del 2020, Oslo ha portato in Cina ben 9.600 tonnellate di salmone e, secondo il Consiglio per i Prodotti Alimentari Ittici norvegese, nel 2019, la RPC è stato il mercato internazionale in cui il proprio salmone ha avuto la maggior crescita.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

 

di Redazione

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