Libia: l’Europa reagisce alla scoperta di fosse comuni

Pubblicato il 16 giugno 2020 alle 14:51 in Europa Libia

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Il portavoce per la Politica Estera dell’Unione Europea, Peter Stano, ha dichiarato che la scoperta di otto fosse comuni a Tarhuna, nel Nord della Libia, è profondamente preoccupante e che, per tale ragione, è necessario avviare una indagine indipendente per verificarne l’effettiva esistenza e individuarne i responsabili.  

È quanto rivelato, martedì 16 giugno, dal Servizio Esterno dell’UE, il quale ha rilasciato un comunicato ufficiale con cui ha ribadito che per Bruxelles tutte le parti coinvolte nel conflitto devono rispettare i propri obblighi in materia di diritto internazionale umanitario e di diritti umani, al fine di proteggere i civili e le loro infrastrutture. 

In aggiunta, l’Unione Europea ha richiesto alle parti coinvolte nel conflitto libico di interrompere i combattimenti e di trovare, nel framework del Comitato militare congiunto, un accordo volto a istituire un cessate il fuoco permanente e omnicomprensivo, al fine di riavviare il dialogo politico sotto l’egida delle Nazioni Unite. 

Precedentemente, lo scorso 11 giugno, anche la Missione di Supporto dell’ONU in Libia (UNSMIL) aveva espresso “orrore” di fronte alla scoperta di almeno otto fosse comuni a Tarhuna, conquistata dall’esercito di Tripoli il 5 giugno. In aggiunta, la UNSMIL aveva richiesto l’avvio di indagini tempestive, efficaci e trasparenti ai sensi del Diritto internazionale, con il fine ultimo di identificare le vittime, stabilire le cause della morte e consegnare i corpi alle famiglie. A tal proposito, era stata accolta con favore la decisione del Ministero della Giustizia di istituire una commissione di inchiesta. 

La città di Tarhuna, situata a circa 95 km a Sud-Est di Tripoli, era stata impiegata dalle forze di Haftar nella campagna volta alla conquista di Tripoli, lanciata il 4 aprile 2019. Tuttavia, a seguito della liberazione, lo scorso 5 giugno, il Governo di accordo nazionale (GNA) aveva scoperto l’esistenza di cimiteri, ritrovando circa 100 corpi nei pressi dell’ospedale della città, nei pozzi, in alcuni contenitori di ferro e in fosse comuni. Secondo quanto ricostruito, i corpi potrebbero essere di civili del luogo, contrari alla presenza dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal suo generale, e uomo forte del governo di Tobruk, Khalifa Haftar, e di soldati di Tripoli catturati dall’LNA. 

Già nell’aprile 2019 vi erano state circa 100 segnalazioni in merito alle torture, uccisioni e sfollamenti forzati portati avanti a Tarhuna da parte di forze locali fedeli ad Haftar, tra cui la Nona Brigata al-Kaniyat. Le vittime erano perlopiù cittadini, funzionari statali, combattenti catturati e attivisti della società civile. Precedentemente, il 13 settembre 2019, erano state registrate esecuzioni sommarie presso la prigione di Tarhuna. 

La guerra civile in Libia è scoppiata il 15 febbraio 2011. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.   

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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