La Tunisia non ricorrerà più al debito estero per coprire le spese

Pubblicato il 16 giugno 2020 alle 18:10 in Africa Tunisia

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Il primo ministro tunisino, Elyes Fakhfakh, ha deciso di non ricorrere più all’uso del debito estero, e che tutte le nuove spese saranno finanziate solo attraverso prestiti interni, il 14 giugno. Fakhfakh ha altresì aggiunto che intende bloccare l’aumento dei salari pubblici, a causa dello stato critico in cui versano le finanze del Paese, ulteriormente aggravate dalla crisi del coronavirus. Tuttavia, tale mossa potrebbe generare un conflitto con il potente Sindacato generale del lavoro tunisino (UGTT) che, prevedibilmente contrario alla decisione, potrebbe dare il via a proteste e scioperi.

Per fronteggiare la pandemia di Covid-19, la Tunisia necessita di ulteriori prestiti da 4,5 miliardi di dinar, corrispondenti a 1,26 miliardi di sterline, che il governo ha annunciato di voler ricavare dal mercato interno. “Il debito estero ha raggiunto livelli pericolosi e ora è arrivato al 60% del PIL, rispetto al 30% nel 2013 e ho deciso di non continuare in questo modo”, ha riferito Fakhfakh in un’intervista a Attessia TV, un canale televisivo locale.

La Tunisia prevede una contrazione economica pari al 4,3% nel 2020, che segnerebbe il calo più forte dall’indipendenza nel 1956. I ricavi del turismo sono diminuiti di circa il 50% nei primi cinque mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019, in quanto il settore è stato tra i più colpiti dalle misure di confinamento imposte a livello mondiale.

“Le finanze pubbliche sono molto critiche e non possiamo continuare con l’approccio di aumento dei salari”, ha detto Fakhfakh. Al contrario, se la crisi dovesse proseguire, il governo non esclude una riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici e delle pensioni.

Tunisi è messa sotto pressione dai creditori internazionali per congelare i salari del settore pubblico, il cui conto è raddoppiato a più di 17 miliardi di dinari nel 2020, da 7,6 miliardi nel 2010, come parte delle misure per ridurre il proprio deficit di bilancio. Dal canto suo, l’UGTT ritiene che il salario medio mensile di circa 250 dollari sia già uno dei più bassi al mondo, a cui va aggiunto anche l’alto tasso di inflazione del Paese che, nel mese di maggio, ha raggiunto il 6,3%.

L’economia tunisina attraversa un periodo di crisi dalla rivoluzione del 2011, poiché le politiche economiche dei governi che si sono succeduti non sono riuscite a trovare soluzioni adeguate ai problemi principali del Paese, ovvero la disoccupazione e la povertà.  Attualmente, il tasso di povertà si è stabilizzato a oltre il 15,2% dal 2015, sollevando dubbi sul successo del governo nell’attuare i piani di riforma concordati con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Il tasso di disoccupazione, sebbene leggermente in calo, è rimasto elevato, raggiungendo il 15,3% alla fine del primo semestre del 2019, rispetto al 15,4% alla fine del 2018. I più colpiti sono i giovani e le donne delle zone interne della Tunisia, e la conseguente migrazione di giovani rappresenta una minaccia per le prospettive di competitività economica a lungo termine della nazione. Un ulteriore problema per l’economia del Paese è rappresentato dall’alto tasso di inflazione. Nonostante il tasso annuale sia sceso al 5,8% a febbraio 2020, il livello più basso da ottobre 2017, i prezzi sono diminuiti soltanto per i beni di prima necessità, mentre servizi come i trasporti, i musei e i ristoranti, hanno registrato un aumento dell’inflazione, in alcuni casi quasi del 2%.

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Mariela Langone

 

di Redazione

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