La Libia e la guerra a “fisarmonica”

Pubblicato il 15 giugno 2020 alle 11:48 in Il commento Libia

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Il generale Haftar ha tenuto il governo italiano con il fiato sospeso per tanto tempo, ma adesso arretra. L’intervento di Erdogan ha ribaltato i rapporti di forza in Libia e l’esercito di Tripoli, rotto l’assedio, si accinge ad assediare. La sua marcia verso Sirte e la base aerea di al Jufra spaventa Putin e Trump, i grandi della Terra. Tanto ha potuto la Turchia in pochi mesi. Se la politica internazionale non fosse un fatto tragico, ci prenderemmo il lusso di un sorriso: i Paesi che, sordi agli appelli dell’Italia, hanno sostenuto la guerra a oltranza, adesso sono pacifisti. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, sono alla frenetica ricerca di una tregua. Il meccanismo è elementare: quando Haftar avanza, sono per la guerra; quando arretra, sono per la pace. Tripoli sta riconquistando i territori che gli sono stati sottratti da Haftar e molti temono che progetti segretamente di spingersi più a est, verso il confine con l’Egitto. Trump e Putin, che hanno sempre sostenuto Haftar, sono seriamente preoccupati e stanno dando il meglio di sé per fermare le ostilità. Putin ha fatto sapere che interverrebbe massicciamente in favore di Haftar soltanto se le truppe di Tripoli conquistassero Sirte. La Russia accetta che Tripoli si riprenda una parte del maltolto e poi basta. Poi interviene l’esercito russo.

La domanda è sempre la stessa: che cosa conviene all’Italia? Per rispondere, occorre comprendere il tipo di conflitto che abbiamo davanti agli occhi, che è un conflitto a “fisarmonica”, come ci piace chiamarlo in mancanza di un termine migliore: prima avanza una parte e poi l’altra. È quello che accadrà, se Putin sarà costretto a intervenire a Sirte. Essendo la Russia molto potente, Tripoli si ritroverebbe nuovamente ad arretrare, Haftar ad avanzare, e il governo Conte ad impazzire. Ecco la fisarmonica: a causa di un’intricata serie di concause internazionali, non appena una parte si distende troppo, è costretta a ritirarsi. All’Italia converrebbero due mosse: predisporsi a un’alleanza con la Turchia, che da Tripoli non andrà più via, e favorire la pace proposta dall’Egitto. I vantaggi per l’Italia sarebbero almeno quattro. Il primo è la fine di una guerra a fisarmonica potenzialmente iper-distruttiva. Il secondo è la messa in sicurezza della sua ambasciata e dei suoi interessi energetici in Tripolitania. Il terzo è che l’Italia tornerebbe ad avere un ruolo da protagonista dal momento che la guerra la taglia fuori dalle dinamiche che contano. Alla Costituzione, che proibisce di ricorrere alla guerra per dirimere le controversie internazionale, si aggiunge la legge 185 del 1990, che impedisce all’Italia di vendere armi ai Paesi in stato in conflitto armato. Il quarto vantaggio è il miglioramento dei rapporti con la Turchia, la nuova potenza ascendente nel Mediterraneo: in politica internazionale, bisogna sempre schierarsi con i più forti. Stabilita una legge, ecco l’eccezione: nessuno può pensare di conquistare la Libia con la forza. Se accadesse, i vincitori vivrebbero in una condizione di instabilità permanente. Le potenze sconfitte sarebbero troppo numerose e finanzierebbero ogni tipo di rivolta e di guerriglia. Né è pensabile che l’Egitto accetti serenamente di confinare con un Paese nemico. È una regola di base delle relazioni internazionali: nessun capo di Stato può accettare un nemico sul confine, senza avere sparato fino all’ultimo proiettile. In sintesi, le condizioni favorevoli a un compromesso non sono mai state così numerose da quando Haftar ha iniziato la sua avanzata verso Tripoli, il 4 aprile 2019. Mai Trump ha mostrato un simile attivismo in Libia e la telefonata che ha avuto l’8 giugno con Erdogan induce all’ottimismo. Erdogan ha infatti dichiarato che è iniziata una nuova era nelle relazioni tra Stati Uniti e Turchia e ha poi invocato una mediazione di Trump in Libia. Erdogan non sbaglia: la guerra è scoppiata dopo che Trump aveva annunciato il suo disimpegno da quel Paese martoriato e cesserebbe se il capo della Casa Bianca tornasse ad occuparsene. Mai come adesso l’Italia dovrebbe lanciare un’iniziativa per una nuova conferenza di Palermo. La prima, il 12 novembre 2018, fu un aborto, ma l’intervento della Turchia ha creato una situazione nuova, più favorevole al governo Conte. Non è forse vero che tutti i governi italiani hanno sempre sostenuto che la guerra avrebbe aggravato i problemi della Libia, invece di risolverli?

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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