Twitter rimuove 170.000 account di propaganda cinese

Pubblicato il 14 giugno 2020 alle 6:24 in Asia Cina

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Twitter ha rimosso più di 170.000 account legati al governo cinese che diffondevano propaganda favorevole a Pechino su numerosi temi, inclusi Hong Kong, Taiwan e il coronavirus.

La società ha dichiarato, il 12 gennaio, di aver sospeso una rete di 23.750 account estremamente attivi, nonché una rete più ampia di circa 150.000 account “amplificatori”, utilizzati per potenziare i contenuti degli altri. Twitter, insieme ai ricercatori che hanno analizzato gli account, ha affermato che il network di propaganda consisteva in account falsi che diffondevano “narrazioni geopolitiche favorevoli” al Partito Comunista cinese, concentrandosi su “interpretazioni ingannevoli” riguardanti Hong Kong, la pandemia di coronavirus, il miliardario cinese esiliato, Guo Wengui, e la questione di Taiwan.

Tuttavia, gli account “non sono riusciti a ottenere una notevole trazione”, attirando in genere pochi follower e generando un basso livello di coinvolgimento. Inoltre, l’utilizzo del social network in questione, come anche l’uso di Facebook e Instagram, è bloccato in Cina. Twitter ha poi aggiunto che la rete cinese aveva collegamenti a una precedente operazione sostenuta da Pechino, smantellata nel 2019 da Twitter, Facebook e YouTube di Google. Anche in quel caso, il fine era quello di diffondere narrazioni fuorvianti sulle dinamiche politiche di Hong Kong. Infine, il Dipartimento di Stato degli USA aveva anticipato a maggio di aver trovato una rete di account Twitter non autentici con collegamenti “altamente probabili” con la Cina che diffondevano false dichiarazioni riguardanti il coronavirus. Twitter aveva respinto le affermazioni dell’epoca, affermando che i 5.000 account identificati dall’agenzia includevano organizzazioni e giornalisti non governativi legittimi.

Un portavoce di Twitter, l’11 giungo, ha specificato che la rete rimossa non era collegata a quella che il Dipartimento di Stato aveva identificato. Nell’ultimo anno un gran numero di diplomatici cinesi hanno creato account Twitter o Facebook, spesso usandoli per intervenire contro le posizioni critiche nei confronti di Pechino in tutto il mondo. Molti di questi casi riguardavano la gestione della pandemia di coronavirus. La stampa internazionale, e particolarmente quella statunitense, è stata particolarmente critica nei confronti della Cina, considerata responsabile di un importante ritardo nel lanciare l’allarme riguardante l’epidemia che li aveva colpiti. 

Secondo quanto riportato dal New York Times, il coronavirus era già una vera e propria crisi, che aveva colpito decine di persone in Cina e probabilmente anche all’estero, quando l’allerta è stata diffusa da Pechino, il 31 dicembre 2019. Il quotidiano statunitense sostiene che i funzionari locali potrebbero aver minimizzato i primi segnali o semplicemente non erano coordinati abbastanza per comprendere la portata del problema. In tale contesto, la burocrazia rigidamente gerarchica della Cina avrebbe scoraggiato i funzionari dal riferire cattive notizie ai propri superiori, creando una catena di silenzio che ha reso difficile comprendere l’entità della crisi. Il coronavirus, secondo gli analisti del quotidiano, starebbe quindi mettendo in luce alcuni dei più profondi difetti e contraddizioni della governance cinese.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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